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22 marzo 2012

Bruno (Pd): Articolo 18 e Riforma – “Con Bersani ma, se necessario, si esprimano gli iscritti”.

 

“Il governo Monti, sulla riforma del mercato del lavoro, non può permettersi il no del Partito Democratico. E’ opportuno garantire un percorso parlamentare capace di accogliere emendamenti migliorativi al testo, recuperando, oltre che sull’articolo 18, soprattutto, sul tema della coesione sociale necessaria.
C’è bisogno, invece, di lavorare ai temi della tutela e dell’estensione dei diritti per i lavoratori precari e per quella fetta di lavoratori espulsi dai processi produttivi.
Questo governo non può consentirsi alcuna forzatura e non può scegliere, deliberatamente, di alimentare la conflittualità sociale nel Paese.
Non possiamo consentire che, come sta già accadendo in Irpina - l’assemblea alla Fma di Pratola Serra di ieri l’altro ne è un esempio – che si sommino alle insicurezze della fase sul futuro dello stabilimento Fiat la certezza di un peggioramento sul sistema delle regole e dei diritti. 
Quella sull’articolo 18, così come formulata dal governo Monti, non è una proposta che guarda al futuro. La monetizzazione di diritti di libertà e di dignità del lavoro non è materia per l’Italia di domani. E’ su questi temi che si delinea il profilo identitario e la missione di una forza politica che vuole insistere nel campo europeo dei progressisti. Sin qui, la linea del maggiore partito italiano del centrosinistra, anche dalla Conferenza nazionale di Genova, sui temi del lavoro, è stata espressa con chiarezza ma, se necessario, lo dico ai “liberal” del Pd, non mi spaventa – come prevede l’articolo 28 dello statuto - il ricorso al referendum tra gli iscritti. La questione sull’articolo 18 e sulla riforma del mercato del lavoro, la decidano gli iscritti. Vedremo, così, se certi mal di pancia dei mesi scorsi di taluni dirigenti nazionali passano”.


26 febbraio 2012

L’articolo 18 e l’ideologia della crisi.

“E’ la crisi bellezza”. E’questo, più o meno, quello che da un po’ di tempo in Italia ci sentiamo ripetere ad ogni piè sospinto. Da poco più di cento giorni, da quando, cioè, è entrato in carica il governo Monti avviene, almeno, senza le negazioni o le smentite che, per anni, hanno caratterizzato le dichiarazioni di Berlusconi e dei suoi ministri. La crisi dell’Europa in recessione che lascia, in Italia, centinaia di piccole e medie imprese senza lavoro e senza credito, è sentita in maniera deflagrante dalle nostre famiglie; la paura, il calo dei consumi e la difficoltà, specialmente per donne e giovani, nell’accesso al lavoro sono i tratti distintivi ed immediatamente percepibili della fase. Occorre, dunque, poter lavorare sulla crescita. Le liberalizzazioni, il taglio dei legacci che tengono troppo fermi interi settori della vita economica del Paese, sono quantomeno necessarie e dovrebbero costituire la prima gamba dell’intervento. L’altra, invece, riguarda, o, almeno, dovrebbe riguardare, la centralità delle politiche per il lavoro, quello vero, quello che non c’è, quello per le donne e gli uomini in carne e ossa.

La risposta dei “tecnici” per i paesi dell’eurozona, invece, ha trovato la sua sostanza in un intervento, massiccio, in favore delle banche e della finanza. La crisi, ormai, sembra quasi affermarsi come momento “costituente” dell’unità delle politiche continentali che, da stato di eccezione, tracimando il dato economico, invade le nostre vite e diviene regola.
La crisi, come debito infinito ed inestinguibile dalle risposte, per i singoli individui e per i popoli interi, non meno doverose ed onerose, si sta autodeterminando come vera e propria metafisica della modernità.
E’ qui, è in questo momento, che la risposta alla crisi, nella sublimazione della sua componente tecnica ed economicista, si fa ideologia.
E’ proprio la centralità della finanza, infatti, a caratterizzare le politiche dell’attuale fase costituente dove, su base continentale, sia la riforma del mercato del lavoro varata dalle destre in Spagna e sia la querelle sull’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori in Italia sono le spie che segnalano la volontà al ridimensionamento dell’intero sistema sociale europeo e, come chiaramente a partire dal caso Fiat sta avvenendo in Italia, delle organizzazioni che rappresentano la difesa dei diritti dei lavoratori.
E’ questa e non altra la principale tensione, con i relativi posizionamenti nazionali e territoriali, che, in questi giorni, sta attraversando il Partito Democratico.
Anche per questo, arriverà il momento della chiarezza. Al momento - diversamente da come muove Ricciardi nel suo contributo al Corriere - sono del parere che bisogna “stare sul pezzo” e dire le cose per come stanno: il Pd difende l’articolo 18 e lavora ad una riforma del mercato del lavoro come momento condiviso del rapporto tra governo e parti sociali.
Ritengo pericolosa la contrapposizione tra le generazioni, tra presunti garantiti e generazioni invisibili nonché socialmente e culturalmente disgregante l’idea che per riconoscere nuovi diritti a qualcuno si debba toglierli a qualcun altro.  
L’articolo 18, contrariamente a quanto affermato anche da Marchionne, non frena né gli investimenti e né le assunzioni. L’articolo 18 è un diritto che si applica nelle aziende con più di quindici dipendenti e dice, semplicemente, che se un lavoratore viene licenziato, senza giusta causa, deve poter riprendere il suo posto di lavoro.
E’, quindi, un fatto di dignità. Come di dignità ci parla pure la vicenda di Barozzino, Lamorte e Pignatelli, i tre operai della Fiat di Melfi.
La sentenza favorevole al reintegro più che sull’articolo 18, è basata, in questo caso, sui comportamenti antisindacali dell’azienda e contribuisce a smontare, sottraendone la pietra angolare, l’architettura su lavoro, diritti e relazioni sindacali, che Marchionne e la Fiat hanno costruito nei passaggi referendari di Pomigliano e di Mirafiori ma che solo a voler considerare il tema della successione ad Emma Marcegaglia alla guida di Confindustria sono rivelatori della permeabilità del sistema Italia alle scelte del Lingotto.
Per il Partito Democratico, invece, cresce la necessità di una più forte definizione di senso. Per quello che mi riguarda, è chiaro, già oggi, da quale parte stare.
 
Generoso Bruno

 


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