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Diario
 



6 settembre 2011

Irisbus: L'emendamento c'è.

Bruno (Pd): “Quella del sostegno agli emendamenti sul trasporto pubblico presentati dalle opposizioni, per i deputati irpini del Pdl, è, davvero, l’ultima chiama”.

“A margine della querelle del governo Berlusconi sulla presentazione della manovra, è in corso, tra i gruppi di Camera e Senato del Partito Democratico e delle altre forze di opposizione, la costruzione di un fronte comune su alcuni emendamenti qualificanti.
Tra questi c’è quello sul trasporto pubblico che, in alcune delle sue parti, se approvato, potrebbe inserirsi a puntello della vertenza Irisbus.
Ai parlamentari irpini del centrodestra, avendo già perso l’opportunità di costruire un loro specifico intervento in sede di elaborazione della proposta del governo, non resta che auspicare, in favore del dibattito parlamentare, il superamento dell’ancora possibile voto di fiducia ed il conseguente sostegno all’emendamento specifico presentato, ormai in maniera congiunta, dalle opposizioni.
E’ questa la loro ultima possibilità per intervenire, all’interno di questo quadro politico, sulla vertenza ufitana. Dopo due mesi di sciopero e di mobilitazioni per l’Irisbus non è più tempo, se mai lo è stato, di prese in giro”.

Foto di Pietro Mitrione

 


13 luglio 2011

Senza Irisbus, l’Irpinia indietro di quarant’anni.

Ci sono solo due modi per chiudere una fabbrica. Chiuderla direttamente o farla chiudere a qualcun altro. E’questa seconda via quella scelta da Fiat Industrial e da Sergio Marchionne per l’Irisbus di Flumeri con il passaggio alla “Itala spa” del gruppo “DR motor”.  Autobus granturismo e componentistica per suv, costruiti in Cina, rappresentano oltre che il rischio per i settecento lavoratori della Irisbus la fine, sicura, per l’indotto e la crisi per l’intera area industriale ufitana.

La cessione dello stabilimento in Valle Ufita, l’unico sul territorio nazionale, a produrre per il trasporto pubblico, segna l’uscita del gruppo del Lingotto dalle produzioni, in Italia, per questo settore. Sarà in Francia, ad Annonay, a Lione che resterà il 65% della produzione Irisbus e, in Repubblica Ceca, a Vysoke Myto, il resto. In assenza di ulteriori sviluppi per lo stabilimento di Flumeri, insieme a quello spagnolo di Barcellona, la strada sembra segnata.

Quella dell’Irisbus è la seconda tappa del ritiro di Fiat dal Mezzogiorno. E’ evidente, dopo la chiusura di Termini Imerese, qual è la strategia del gruppo del Lingotto.Quella relativa alla Valle Ufita è una scelta che avviene in maniera improvvisa ed unilaterale che non trova coerenza con le scelte ipotizzate dallo stesso piano presentato dalla Fiat Industrial che, invece, prevedeva investimenti per almeno otto milioni di euro dopo i precedenti ventidue, già spesi nel 2007, per la ristrutturazione della catena di montaggio ed il sistema robotizzato di verniciatura.

L’aspetto drammatico, oltre a quello stesso della cessione, è l’azzeramento di ogni tipo di confronto e di comunicazione con le parti sociali e con il governo in un momento in cui, con il Patto per lo sviluppo, all’interno di una più ampia piattaforma di programma, le forze sociali di un’intera provincia, il mondo sindacale e dell’impresa, di fronte alle difficoltà economiche e sociali di un territorio, provavano a farsi carico anche delle difficoltà legate all’automotive e, delle sorti dell’Irisbus, attraverso l’uso dei fondi FAS per l’ammodernamento del parco autobus regionale.
 
 
In Italia, sono almeno ventimila gli autobus “fuorilegge” del trasporto pubblico che continuano a circolare nonostante l’inasprimento di ogni standard in materia di emissioni inquinanti e di ammodernamento del parco macchine delle società di trasporto. E’ per questo motivo che bisognerebbe coinvolgere nella trattativa, oltre Fiat ed il governo, anche la conferenza delle Regioni visto che, al momento, solo il Piemonte ha avviato una politica di rinnovo del parco mezzi per il trasporto pubblico e che, per arrivare a saturare gli attuali livelli occupazionali, basterebbe la produzione di mille e duecento pullman dallo stabilimento irpino.
 
C’è bisogno, quindi, di intervenire su un doppio livello. Il primo, immediato, già in sede di discussione finanziaria per correggere le storture dei tagli al trasporto pubblico che oltre a generare un ridimensionamento del servizio su orari e corse produce, addirittura, l’aumento dei costi ai passeggeri e non lascia, alle aziende, la possibilità di intervenire nell’acquisto di nuovi mezzi.
Il secondo, invece, deve essere teso al ripristino di un’adeguata prassi sindacale di concertazione.
Lavorando all’apertura di un tavolo istituzionale tra Ministero dello Sviluppo, territorio – Regione, Provincia e comunità - e parti sociali.
 
La Fiat, è utile ricordarlo, per la realizzazione di questi impianti, ha attinto a cospicui finanziamenti pubblici, sin dai tempi della delibera Cipe del 3 maggio 1974. Da quando, cioè, fu deliberata la costruzione, in Valle Ufita, di uno stabilimento della Fiat Trasporti per la produzione di autobus.
Ed è, altrettanto utile ricordare, che, proprio nelle zone interne, Fma ed Irisbus in testa, organizzazioni sindacali e lavoratori hanno, da sempre, accettato, pur di tenere il lavoro e la produzione ancorata a queste terre, accordi durissimi su produttività e flessibilità.
 
Perdere, adesso, in Valle Ufita, nel settore dell’automotive, nel terzo stabilimento irpino in ordine di occupati, significa, questa volta per davvero, far arretrare di un quarantennio le possibilità di sviluppo delle aree interne e di un’intera provincia. Ma forse, lo dicevano gli stessi lavoratori a Brunetta, l’altro giorno a Ravello, per il governo Berlusconi, l’Irpinia deve chiudere le fabbriche e “importare monnezza”.
 
Generoso Bruno


4 marzo 2011

La Costituzione a 451 gradi Fahrenheit.

L’Italia è ancora una repubblica fondata sul lavoro? E’ questo l’interrogativo che, insieme a Guglielmo Epifani, i democratici avellinesi hanno provato a sciogliere.

L’aggiunta del punto interrogativo, sostanzialmente, dopo il primo capoverso della Costituzione italiana ci restituisce, per intero, tutti i dubbi sull’attuale fase politica trasformando uno dei principi fondamentali della nostra Carta nella domanda chiave dei giorni presenti.

I costituenti individuarono nel lavoro il valore fondamentale capace di qualificare sia la forma di Stato che il perseguimento di una politica di difesa sociale.
Quanto è valido, verrebbe da chiedersi, questo principio in un momento storico in cui il lavoro flessibile e precario diviene cifra dell’esistente e simbolo del nostro tempo.
E, soprattutto, quanto conta il primo articolo della nostra Carta costituzionale in una società che, come nel mito greco del dio Crono, divora i propri figli desertificandone le speranze?
Di fronte a questo scenario restano sul piatto le attese e la solitudine di ognuno di noi nella difficoltà di dover superare l’incertezza e le contraddizioni generali prodotte a livello sociale.
 
 
Anche a questo, soprattutto a questo, ho pensato, qualche settimana fa, quando ho appreso la notizia del suicidio di uno degli operai della Fma di Pratola Serra.
Ho pensato alla crisi, alla sua articolazione globale ed a come, questa, attraversa la vita di ognuno di noi. Ho pensato all’allarme povertà lanciato, ad Avellino, dalla Caritas e dalla Cgil, al raddoppio, tra il 2009 ed il 2010, dei pasti serviti alla Mensa dei Poveri e, di contrasto, alla forza “allucinatoria” del racconto berlusconiano.
Ho pensato alla vertenza Irpinia, per dirla con le parole di Marco Revelli, come conflitto tra “flussi e luoghi” in una fase in cui appare fondato il rischio di riportare indietro di quarant’anni le lancette dell’orologio dell’industrializzazione se, all’interno del Piano strategico, non si riuscirà a mettere mano all’arresto dello smantellamento dell’apparato produttivo industriale di questa provincia a cominciare dall’automotive e dagli insediamenti della Fma e dell’Irisbus.
Ho pensato all’esito delle votazioni per il rinnovo delle Rsu all’interno dello stabilimento di Pratola Serra che, nonostante i referendum di Pomigliano e Mirafiori, consuma, in una sostanziale immobilità dei rapporti di forza fra le organizzazioni sindacali, l’attesa di conoscere il proprio destino all’interno dell’incognita del piano Marchionne.
 
Quanto pesa, quindi, quel punto interrogativo dietro le parole del primo articolo della Costituzione italiana in un momento in cui i referendum di Pomigliano e Mirafiori assumono valore “costituente” per mutare le condizioni del lavoro non solo negli stabilimenti interessati ma, per intero, le relazioni sindacali in Italia?
Quanto vale questo interrogativo per un governo che ha utilizzato la crisi come strumento di destrutturazione dell’intero sistema dei diritti?
Quel punto di domanda che si insinua all’interno della divaricazione tra costituzione formale e costituzione materiale, come il romanzo di Ray Bradbury, potrebbe suggerirci i “Fahrenheit 451”. Indicarci, cioè, la temperatura a cui la carta, spontaneamente, brucia.
La temperatura di autocombustione della nostra Carta finisce, quindi, inevitabilmente, per corrispondere con il rovesciamento del proprio stesso paradigma, ossia, con il far coincidere i diritti alle variabili dipendenti del mercato. E’ a questo punto, prima che la Carta bruci, che occorre rinsaldare il rapporto tra democratici e cultura costituzionale. Pena l’autocombustione.
 
Generoso Bruno


15 febbraio 2011

Democratici irpini: unità e utilità.

Migliaia e migliaia di donne, in tutte le piazze italiane, hanno testimoniato l’esistenza di un’Italia migliore rispetto a quella stretta nelle “mutande pazze” – sesso, potere, denaro - di questa seconda repubblica. Lo hanno fatto con la chiarezza che solo le donne hanno e nel modo che solo le donne sanno. Senza cadere negli errori, nel voyeurismo, della cronaca politica di queste settimane e senza cadere nelle trappole, di destra e di sinistra, sulla separazione tra pubblico e privato, fra politica e morale, fra reato e peccato.

Esiste, quindi, un’Italia che conserva in sé gli anticorpi alla malattia del berlusconismo. Il punto è, adesso, battere Berlusconi. E’ questo il terreno su cui il Partito Democratico è chiamato ad essere il cuore, il centro, dell’alternativa. Senza il Pd, è chiaro, non si va da nessuna parte ma, è pur vero, che con questo Pd, a partire dai nostri territori, non si va lontano. Da troppo tempo, fra le fila democratiche, è maturato un dibattito che, crescendo solo su se stesso, si è rivelato funzionale, quasi esclusivamente, al gioco della conta interna. Quando la politica diviene, a questa maniera, “insulare” il rischio è quello dell’affievolirsi del contatto e di quella “connessione sentimentale” con la realtà. Peggio è, come sta avvenendo nel Pd irpino, se questa condizione è accompagnata ad vuoto di proposta politica.

Sono consapevole che solo l’apertura di una nuova fase unitaria potrà portare i democratici irpini fuori dall’attuale stallo. A chiacchiere, bisogna dirlo, d'accordo, lo sono davvero tutti. Al punto, per il troppo dire, da aver logorato il senso stesso della parola.
L’unità, lungi dall’essere percepita come reale pratica politica - come assunzione, anche parziale, della visione politica dell’altro, come condivisione o, meglio ancora, come contaminazione di culture politiche diverse - appare più declamata come invito alla corresponsabilità, nella sostanza un allargamento addizionale del gruppo dirigente, più utile a nascondere che a superare i limiti della direzione politica.
La ricerca, però, di una qualche unità di azione è un fatto da cui non si può fuggire e, con attenzione, bisognerà valutare la proposta della Lengua, consapevoli, tutti, che non potrà bastare, da sola, la partecipazione ai gruppi dirigenti a risolvere i problemi del Partito Democratico.
 
 
In Irpinia, i democratici hanno bisogno di un partito capace di far vivere il confronto all’interno di organismi dirigenti in grado di decidere e di votare. Il Pd è, anche in Irpinia, partito di opposizione. Prima abbandona l’idea del consenso costruito, esclusivamente, sulla gestione del potere in favore di una concezione politica fondata sulla battaglia delle idee e meglio è.
L’emorragia di sindaci ed amministratori, la difficoltà sul tema delle alleanze e nel lavoro di disarticolazione del centrodestra provinciale, sono elementi che sottolineano, drammaticamente, questo passaggio.
Da decenni una classe dirigente di amministratori è stata educata a determinare ed a conservare il consenso attraverso la partecipazione al potere. Questa strada, non solo, non è più possibile ma neppure, ormai, auspicabile.
La risposta ai bisogni della gente ha ripreso a passare all’interno di un’immensa domanda di cambiamento che mette a dura prova i democratici e tutte le culture politiche storiche del centrosinistra. Stiamo vivendo i giorni di un difficile passaggio d’epoca in cui domande radicali possono riprendere a nutrire le culture riformiste.
Un Partito Democratico chiuso, arroccato nelle proprie stanze con un dibattito tutto interno ai suoi problemi, non serve e non è utile né ai democratici né all’Irpinia.
 
Generoso Bruno


12 gennaio 2011

La zona rossa della fiction.

Il 2010 ha lasciato, almeno, una buona notizia. Dietro i “book-blok”, gli scudi in gommapiuma con i titoli dei libri, dei cortei studenteschi, è in campo una nuova generazione che pone alla politica e non solo una radicale domanda di futuro. Una generazione che, faticando ad essere ciò che è, forse, riprende a desiderare di diventare altro rispetto al disegno che politica e potere hanno sin qui determinato.

Si spiega così, nella percezione di una precarietà, di fatto, esistenziale il voler saldare la lotta alla Legge Gelmini alle rivendicazioni su lavoro e diritti mosse dalla Fiom in un Paese in cui i lavoratori, quelli della chimica ad esempio, si dividono tra quelli che occupano l’Asinara, l’isola dei cassintegrati, o quelli che, né più né meno come i migranti di Brescia, non certo per tentare l’assalto al cielo, sono, come anche gli studenti sui tetti delle università, sulla gru a Porto Marghera.
 
 
La politica, però, non solo, per i motivi più ovvi, le forze al governo, ha una difficoltà, vera, nella costruzione di un’interfaccia con le ragioni di questo movimento e la sua domanda di cambiamento. Da una parte c’è, finalmente, la radicalità di una generazione e dall’altra, invece, le scelte di fondo, strutturali, che in ogni parte d’Europa i governi hanno voluto, potuto e, forse, dovuto costruire. C’è un filo rosso che ha unito le manifestazioni italiane a quelle di Londra, di Atene o a quelle francesi d’inizio autunno e l'accrescersi della distanza tra ricchezza e povertà e la negazione stessa del futuro della società sono pure le cause scatenanti delle rivolte in Tunisia, Algeria ed in tutta l'area del Maghreb.
 
Un legame che si pone oltre ogni elemento, in Europa, anche di segno “estetico” - gli scudi con i titoli dei libri o l’assedio dei palazzi - ma che si fonda, più in generale, sulla sensazione di un’intera generazione che si sente strappare il futuro dalle proprie stesse carni.
 
In piazza, in tutte le piazze, c’è quindi l’interrogativo di chi, di fronte a sé, percepisce una prospettiva di vita non più sostenuta dai diritti e dalle tutele delle generazioni dei propri padri. Nell’Europa della moneta unica è, quindi, in via di formazione una nuova cittadinanza europea che, muovendo dalla crisi stessa, non trova più sufficienti le risposte dei singoli stati nazionali. Se è la crisi, però, a generare cittadinanza ci troviamo di fronte, in maniera paradossale, al rovesciamento della polis in cui politiche liberiste ed antipopolari, mediante l’incremento dei livelli di esclusione, finiscono con il determinare, definitivamente, un confine, una linea di limes, tra un dentro ed un fuori.
 
E’ nell’evidenza di questa separatezza, tra politica e realtà, che si consuma, come nel 2001 a Genova, “l’assedio” alla “zona rossa” o al Palazzo, a Roma il 14 dicembre scorso o, qualche mese fa, a Napoli, dei cittadini irpini, non ricevuti da Caldoro, contro la soppressione degli ospedali di Bisaccia e Sant’Angelo dei Lombardi.
 
Nel migliore dei casi, come a Napoli, il Palazzo resta chiuso. Sempre più spesso, invece, la risposta ottenuta riduce l’emergenza sociale ad una questione di ordine pubblico. In ogni caso appare manifesta l’incapacità politica di ascolto e di sintonia con il Paese reale, limitando, in questo modo, il dibattito politico a crescere solo su se stesso, complice, sia nella causa che nell’effetto, una legge elettorale che, non consentendo la scelta degli eletti, isola Palazzo e classi dirigenti.
 
Il senso dell’alternativa al berlusconismo, lo ricordi innanzitutto il Pd, passa anche per questi interrogativi. Eluderli significherebbe consegnare la politica agli “Scilipoti” ed alla fiction di Palazzo. Anche per questo, Gasparri mi dia pure del terrorista, il quattordici dicembre ero alla manifestazione di Roma.

Generoso Bruno


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