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Diario
 



4 marzo 2011

La Costituzione a 451 gradi Fahrenheit.

L’Italia è ancora una repubblica fondata sul lavoro? E’ questo l’interrogativo che, insieme a Guglielmo Epifani, i democratici avellinesi hanno provato a sciogliere.

L’aggiunta del punto interrogativo, sostanzialmente, dopo il primo capoverso della Costituzione italiana ci restituisce, per intero, tutti i dubbi sull’attuale fase politica trasformando uno dei principi fondamentali della nostra Carta nella domanda chiave dei giorni presenti.

I costituenti individuarono nel lavoro il valore fondamentale capace di qualificare sia la forma di Stato che il perseguimento di una politica di difesa sociale.
Quanto è valido, verrebbe da chiedersi, questo principio in un momento storico in cui il lavoro flessibile e precario diviene cifra dell’esistente e simbolo del nostro tempo.
E, soprattutto, quanto conta il primo articolo della nostra Carta costituzionale in una società che, come nel mito greco del dio Crono, divora i propri figli desertificandone le speranze?
Di fronte a questo scenario restano sul piatto le attese e la solitudine di ognuno di noi nella difficoltà di dover superare l’incertezza e le contraddizioni generali prodotte a livello sociale.
 
 
Anche a questo, soprattutto a questo, ho pensato, qualche settimana fa, quando ho appreso la notizia del suicidio di uno degli operai della Fma di Pratola Serra.
Ho pensato alla crisi, alla sua articolazione globale ed a come, questa, attraversa la vita di ognuno di noi. Ho pensato all’allarme povertà lanciato, ad Avellino, dalla Caritas e dalla Cgil, al raddoppio, tra il 2009 ed il 2010, dei pasti serviti alla Mensa dei Poveri e, di contrasto, alla forza “allucinatoria” del racconto berlusconiano.
Ho pensato alla vertenza Irpinia, per dirla con le parole di Marco Revelli, come conflitto tra “flussi e luoghi” in una fase in cui appare fondato il rischio di riportare indietro di quarant’anni le lancette dell’orologio dell’industrializzazione se, all’interno del Piano strategico, non si riuscirà a mettere mano all’arresto dello smantellamento dell’apparato produttivo industriale di questa provincia a cominciare dall’automotive e dagli insediamenti della Fma e dell’Irisbus.
Ho pensato all’esito delle votazioni per il rinnovo delle Rsu all’interno dello stabilimento di Pratola Serra che, nonostante i referendum di Pomigliano e Mirafiori, consuma, in una sostanziale immobilità dei rapporti di forza fra le organizzazioni sindacali, l’attesa di conoscere il proprio destino all’interno dell’incognita del piano Marchionne.
 
Quanto pesa, quindi, quel punto interrogativo dietro le parole del primo articolo della Costituzione italiana in un momento in cui i referendum di Pomigliano e Mirafiori assumono valore “costituente” per mutare le condizioni del lavoro non solo negli stabilimenti interessati ma, per intero, le relazioni sindacali in Italia?
Quanto vale questo interrogativo per un governo che ha utilizzato la crisi come strumento di destrutturazione dell’intero sistema dei diritti?
Quel punto di domanda che si insinua all’interno della divaricazione tra costituzione formale e costituzione materiale, come il romanzo di Ray Bradbury, potrebbe suggerirci i “Fahrenheit 451”. Indicarci, cioè, la temperatura a cui la carta, spontaneamente, brucia.
La temperatura di autocombustione della nostra Carta finisce, quindi, inevitabilmente, per corrispondere con il rovesciamento del proprio stesso paradigma, ossia, con il far coincidere i diritti alle variabili dipendenti del mercato. E’ a questo punto, prima che la Carta bruci, che occorre rinsaldare il rapporto tra democratici e cultura costituzionale. Pena l’autocombustione.
 
Generoso Bruno


15 febbraio 2011

Democratici irpini: unità e utilità.

Migliaia e migliaia di donne, in tutte le piazze italiane, hanno testimoniato l’esistenza di un’Italia migliore rispetto a quella stretta nelle “mutande pazze” – sesso, potere, denaro - di questa seconda repubblica. Lo hanno fatto con la chiarezza che solo le donne hanno e nel modo che solo le donne sanno. Senza cadere negli errori, nel voyeurismo, della cronaca politica di queste settimane e senza cadere nelle trappole, di destra e di sinistra, sulla separazione tra pubblico e privato, fra politica e morale, fra reato e peccato.

Esiste, quindi, un’Italia che conserva in sé gli anticorpi alla malattia del berlusconismo. Il punto è, adesso, battere Berlusconi. E’ questo il terreno su cui il Partito Democratico è chiamato ad essere il cuore, il centro, dell’alternativa. Senza il Pd, è chiaro, non si va da nessuna parte ma, è pur vero, che con questo Pd, a partire dai nostri territori, non si va lontano. Da troppo tempo, fra le fila democratiche, è maturato un dibattito che, crescendo solo su se stesso, si è rivelato funzionale, quasi esclusivamente, al gioco della conta interna. Quando la politica diviene, a questa maniera, “insulare” il rischio è quello dell’affievolirsi del contatto e di quella “connessione sentimentale” con la realtà. Peggio è, come sta avvenendo nel Pd irpino, se questa condizione è accompagnata ad vuoto di proposta politica.

Sono consapevole che solo l’apertura di una nuova fase unitaria potrà portare i democratici irpini fuori dall’attuale stallo. A chiacchiere, bisogna dirlo, d'accordo, lo sono davvero tutti. Al punto, per il troppo dire, da aver logorato il senso stesso della parola.
L’unità, lungi dall’essere percepita come reale pratica politica - come assunzione, anche parziale, della visione politica dell’altro, come condivisione o, meglio ancora, come contaminazione di culture politiche diverse - appare più declamata come invito alla corresponsabilità, nella sostanza un allargamento addizionale del gruppo dirigente, più utile a nascondere che a superare i limiti della direzione politica.
La ricerca, però, di una qualche unità di azione è un fatto da cui non si può fuggire e, con attenzione, bisognerà valutare la proposta della Lengua, consapevoli, tutti, che non potrà bastare, da sola, la partecipazione ai gruppi dirigenti a risolvere i problemi del Partito Democratico.
 
 
In Irpinia, i democratici hanno bisogno di un partito capace di far vivere il confronto all’interno di organismi dirigenti in grado di decidere e di votare. Il Pd è, anche in Irpinia, partito di opposizione. Prima abbandona l’idea del consenso costruito, esclusivamente, sulla gestione del potere in favore di una concezione politica fondata sulla battaglia delle idee e meglio è.
L’emorragia di sindaci ed amministratori, la difficoltà sul tema delle alleanze e nel lavoro di disarticolazione del centrodestra provinciale, sono elementi che sottolineano, drammaticamente, questo passaggio.
Da decenni una classe dirigente di amministratori è stata educata a determinare ed a conservare il consenso attraverso la partecipazione al potere. Questa strada, non solo, non è più possibile ma neppure, ormai, auspicabile.
La risposta ai bisogni della gente ha ripreso a passare all’interno di un’immensa domanda di cambiamento che mette a dura prova i democratici e tutte le culture politiche storiche del centrosinistra. Stiamo vivendo i giorni di un difficile passaggio d’epoca in cui domande radicali possono riprendere a nutrire le culture riformiste.
Un Partito Democratico chiuso, arroccato nelle proprie stanze con un dibattito tutto interno ai suoi problemi, non serve e non è utile né ai democratici né all’Irpinia.
 
Generoso Bruno


5 giugno 2010

Pride e Pd: Una riflessione arcobaleno.

Alla luce del sole. E’ questo lo slogan del Pride che il ventisei giugno attraverserà le strade di Napoli e che il dodici, invece, insieme a Paola Concia, sceglie proprio Avellino per la costruzione di una più compiuta riflessione politica. Alla luce del sole vuol dire, secondo me, non solo portare in piazza corpi e storie ma, in una maniera più complessa, costruire un momento di appropriazione della vita pubblica per una battaglia di cittadinanza e di libertà. Difendere la dignità e l’autodeterminazione delle persone, lavorare per il superamento delle diseguaglianze e per la conquista delle parità civili e sociali rappresenta, ancora oggi, il nerbo di una tensione democratica a cui il Pd non può e non deve sottrarsi. Ecco perché, alla luce del sole, vanno portate anche quelle contraddizioni che hanno finito con l’assegnare al Partito Democratico un ruolo d’interlocuzione con il movimento lgbtq non adeguato al maggiore partito di opposizione candidato alla costruzione dell’alternativa al centrodestra ed al superamento del berlusconismo.



“Educare al normale” – si chiama così un progetto dei Giovani Democratici - andrebbe, quasi, rivolto, quindi, più nei luoghi di partito che al di fuori. Non si tratta, nel Pd, di far crescere una lezione di tolleranza - è, per ogni uomo, intollerabile essere tollerato – ma, piuttosto, quello di maturare la consapevolezza che, in Italia, la frontiera democratica attraversa per intero il territorio dei nuovi diritti. Episodi come quello di Udine, in cui il gruppo consiliare del Pd descrive, in una mozione, come “provocatoria” e capace di turbare la “sensibilità di molti cittadini” una campagna dell’Arcigay, sostenuta dall’amministrazione comunale, contro l’omofobia dove, in due serie di manifesti, appare una coppia omosessuale durante un bacio, allontana, paradossalmente, i democratici da una battaglia di democrazia. Occorre per il Partito Democratico lo sviluppo di un impianto valoriale condiviso. A poco serve, a cominciare da questi casi, declinare il partito come quel soggetto politico capace di contenere punti di vista differenti. Non è in questa maniera che si supera il compromesso, fondativo, tra le storie della sinistra democratica e del cattolicesimo democratico. I baci di Udine raccontano dell’amore per i diritti e della lotta alla discriminazione.
A sinistra, mi si perdoni la battuta, si è applaudito, in altri tempi, a baci – Breznew / Honeker – ben più compromettenti.



Quelli attuali sono tempi difficili, alle torsioni neo-guelfe di classi dirigenti in cerca di legittimità, non più restituita dalle forme organizzate della politica, si accoppia un'ondata di violenta ostilità e discriminazione
verso lesbiche, gay e transessuali nell’affermazione di un pericoloso paradigma dell’esclusione. C’è bisogno di buone leggi e di buone pratiche. Per buone leggi – contro l’omo e la transfobia, per il riconoscimento delle coppie di fatto – e per le buone pratiche – registri delle unioni civili e campagne territoriali con al centro i diritti e la persona – è utile un Pd capace di promuovere libertà ed emancipazione.

Utile, per la definizione dei caratteri di un moderno Partito Democratico, a partire dai territori, l’autoconvocazione di un “tavolo arcobaleno” che, attraversando la composizione delle mozioni congressuali, con chi ci vuole stare, e, magari, insieme al contributo dei Giovani Democratici costruisca agibilità e cittadinanza ai temi del Pride. Sarà utile prima del ventisei giugno, sarà importante soprattutto dopo.

Generoso Bruno


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