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Diario
 



3 agosto 2009

Congresso Pd: L’arrocco sulla giunta e l’Opa sul congresso.

Chiuso il primo tempo, quello legato al chi - dopo il dieci di agosto - con l’assegnazione delle deleghe, per la giunta Galasso, conosceremo anche il cosa. Lo dico, avrei preferito uno scenario differente. Non mi esprimo sulla qualità dei nomi, né sui possibili sviluppi legati al tema del governo della città di Avellino. M’interessa, però, poter coniugare il dato della composizione della giunta con lo sviluppo del prossimo congresso del Partito Democratico. In Irpinia – non solo qui, però - il Pd non ha ancora patito la necessaria fatica del rimescolamento delle storie e dei percorsi, individuali e collettivi, in funzione di una genesi capace di sostenere l’intrapresa di un vero ed originale atto fondativo. Lanciare una candidatura congressuale sembra, quindi, avere più similitudine con la modalità di un’Opa finanziaria che col tema, tutto politico, del confronto delle idee. Basta sostituire, nello schema, le tessere alle azioni. Ben vengano, dunque, anche nello scenario avellinese, i “furbetti del quartierino”: le assenze strategiche nella commissione per il tesseramento e la costruzione, denunciata da alcuni segretari di circolo, di un tesseramento parallelo. Personalmente, sono tra coloro che pensano, utilmente, che il congresso del Partito Democratico debba essere l’occasione per parlare ai territori, ai tanti sud, al Paese; affinché i democratici sappiano essere interpreti della nuova fase di confronto tra economia e società dopo gli anni della sbornia ultra-liberista. Ancora adesso le membra del Pd irpino, tra ex Margherita ed ex Ds, risultano, alla stessa maniera di quelle del Medardo, dimidiate e, come nel Visconte dimezzato di Calvino, il Gramo ed il Buono continuano, con rabbiosa ferocia, a battersi.



Non mi meraviglia, quindi, la composizione della nuova giunta Galasso che, come il re e la torre nell’arrocco degli scacchi, trova il suo assetto, difensivo, tutto interno alla mozione Franceschini. Alla scarsa consistenza dell’attuale forma partito, Galasso oppone il partito degli eletti - i suoi - trascinando nel congresso, non senza il consenso di Enzo De Luca, voti, tessere, bollini e premi fedeltà. La giunta e più ancora l’operazione costruita da Galasso in favore dell’area Franceschini è testimone dell’odierna difficoltà della politica nell’individuazione dei criteri minimi di selezione e di proposta in merito al tema delle classi dirigenti. Eppure, ad eleggere Galasso sono stati i voti di un centrosinistra di popolo che, al secondo turno, meglio delle liste e dei partiti, ha saputo far argine contro l’ingresso della destra al comune capoluogo. Lo schema chiuso relativo alla costruzione dell’esecutivo non tiene conto, quindi, di questo elemento di straordinarietà politica. A restare scoperta, non è, dunque, quella parte che nel congresso del Pd sceglie Bersani ma, in maniera più diffusa, la sinistra e quella visione di città che, comunque, Galasso, in questi anni, non ha voluto o saputo rappresentare. Mi piacerebbe che i consiglieri eletti, almeno quelli che hanno Bersani come riferimento, assumessero su sé stessi l’onere di rappresentare la complessità presente fuori dal palazzo, non tanto e non solo, quindi, le sensibilità che caratterizzano l’area congressuale ma, per intero, quella sinistra e quel sentimento di centrosinistra che ha impedito, ad Avellino, il governo della destra. Riguardo al rapporto con l’esecutivo occorre saper spendere le giuste energie per far vivere nel dibattito cittadino, più che la trincea congressuale, un confronto, vero, capace, dai temi reali, di parlare all’intera comunità. Il consiglio comunale, quindi, come luogo utile ad ospitare quella tensione tra gestione e trasformazione. Tra governo e cambiamento. Provando, e parlo dell’area Bersani, al contempo, con il congresso, a dare corpo e gambe, in Irpinia, alla nuova stagione democratica. Se “guerra” deve essere che sia, almeno, di movimento e non di posizione.

Generoso Bruno


28 giugno 2009

Congresso Pd. Un’arena per ex?

Nel tempo della vaporizzazione parlamentare della sinistra, può, sempre negli anni della rivoluzione antropologica del berlusconismo e dell’egemonia a destra, l’adesione al Pd, essere intesa, almeno, come presidio di democrazia? Credo di si.
“Siamo l’unico partito del parlamento – dice Franceschini - a fare un congresso vero. Questo aiuterà la democrazia”. Probabilmente. Eppure, in questo congresso, qualcosa che non funziona ancora c’è. Colpa di un dualismo – Veltroni/D’Alema – ormai consunto, seppur riproposto attraverso l’attuale declinazione Franceschini /Bersani? Forse.



Se il secondo, all’interno di un mutato quadro di riferimento, ancora parla di ricominciare dall’Ulivo ed il primo, invece, dice di essersi candidato per non riconsegnare il partito a quelli che c’erano prima di lui. Quella del congresso si riduce ad una discussione rivolta, invece che al Paese, quasi esclusivamente ai soli soci fondatori; che non s’interroga, sufficientemente, sulla crisi della sinistra, tutta, quella riformista e quella radicale, preferendo, in definitiva, fare i conti con la cronaca anziché con la storia. Quella del congresso è una discussione cominciata male che ancora troppo poco parla ai democratici e molto, invece, agli ex Ds ed agli ex Margherita. Che ha cominciato a parlare troppo di giovani – vero è che la questione democratica è questione di genere e di generazione - mentre i giovani – Serracchiani a parte - parlano ancora troppo poco. Ma poi, quanti, quali e, soprattutto, dove sono quei giovani pronti a rinunciare al meccanismo della “patronage” educati sin qui, alla maniera dei salmoni, a risalire la corrente?

Altra cosa ancora, per questo Pd, è il tema delle alleanze. Sia il Partito Democratico, già nel 2008, che il Pdl, in queste europee, fallendo nelle rispettive vocazioni maggioritarie sono costretti a ragionare in una ritrovata dinamica di coalizione. Per Berlusconi c’è la Lega – insieme alla quale ha già superato il test di molte delle elezioni amministrative nel nord del Paese - per il Pd, invece, c’è il rebus di tenere dentro Casini, Di Pietro e ciò che resta alla sua sinistra. In Campania, quindi, dai massimalisti senza rivoluzione del Prc a Ciriaco De Mita. La nuova fondazione Sudd, promossa da Bassolino, che nel ragionamento include anche l’Mpa di Lombardo, riscopre la necessità di una risposta al tema ma, percorrendo, prevalentemente, la strada della somma del ceto politico, non solo non risponde in maniera compiuta al bisogno di un nuovo profilo meridionalista interno alla riflessione politica ma finisce con il disvelare, per le attuali classi dirigenti, un forte elemento di debolezza collocandole, ormai, in una dimensione di sopravvivenza resistenziale.

Nonostante tutto, però, mi trovo ad essere tra coloro che sperano che, a sinistra, sarà, ad ogni modo, un nuovo alfabeto democratico a scrivere la narrazione del futuro prossimo venturo e che, comunque, senza il Partito Democratico, non sarà possibile per l’Italia immaginare, nel breve periodo, l’uscita dal berlusconismo.

Mi piace credere che oggi, nonostante tutto, la differenza tra radicalità e riformismo – tutta del secolo appena passato - potrebbe anche assottigliarsi. Se è vero che Barak Obama, mutando la geografia della speranza, ha vinto parlando agli americani di diritto alla salute, di uscita dalla crisi, di green economy, di redistribuzione della ricchezza, di dialogo e di opportunità, è possibile, per la radicalità, divenire, finalmente, il lievito di una rinnovata cultura riformista capace nuovamente di spendersi per la trasformazione.

Per far questo occorre un Pd più coraggioso, più riformista e più libero in cui le antiche appartenenze abbiano l’utilità, per ciascuno di noi, di lenti personali buone a leggere i fenomeni di questa crisi e di questa transizione.

Generoso Bruno


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