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Diario
 



8 marzo 2012

Bruno (Pd) - Sequestro Irisbus: “Occorre un intervento specifico sul governo. Restiamo attenti alle prossime mosse”.

 

“I sigilli alla Irisbus, nell’ambito dell’inchiesta bolognese sul Civis – il tram a guida ottica – che vede coinvolto anche l’ex sindaco di centrodestra Giorgio Guazzaloca, sicuramente rappresentano l’ennesimo colpo ai lavoratori ed alle speranze di coloro che da mesi sostengono la vertenza legata allo stabilimento ufitano.
Rimane, però, tutta da verificare la possibile e non auspicabile ricaduta che il sequestro preventivo potrebbe avere sui tempi e sulle tappe della road-map fissate, dalla Fiat e dal governo, nei mesi scorsi dopo la chiusura del 31 dicembre.
Occorre fiducia nella magistratura ed attenzione alle prossime mosse che le società, legate all’epoca dei fatti in una Ati, in questi primi giorni sceglieranno di fare a cominciare dalle memorie già presentate ai giudici o, anche, al possibile ricorso al Riesame.

La vertenza Irisbus non ha però, anche in questi ultimi mesi, abbandonato l’agenda che, sul tema delle vertenze industriali aperte, il Partito Democratico sta proponendo al governo Monti. Ritengo utile, anche alla luce di questi ultimi fatti, produrre, ancora una volta, sul governo, un intervento specifico”.


25 ottobre 2011

Irisbus, un minuto in più.

“Arrivano i cinesi”. A giorni, dunque, in Valle Ufita, è previsto un primo sopralluogo dei tecnici dell’Amsia motor limited per visionare lo stabilimento e le modalità di funzionamento dell’impianto. “Arrivano i cinesi” e, in Irpinia, sembra quasi che il romanzo di Ermanno Rea – La Dismissione – possa rovesciarsi. Lì, all’Ilva di Bagnoli - “Ferropoli” - per smontare le Colate Continue, qui, in Valle Ufita, invece, per rimettere in funzione l’impianto di cataforesi, la verniciatura robotizzata, dello stabilimento di Flumeri. Controcanto della globalizzazione? Può essere. Siamo ad oltre cento giorni dall’apertura della vertenza Irisbus ed è, abbondantemente, superato anche il giro di boa del primo ottobre che, nell’iniziale preliminare di vendita, avrebbe dovuto segnare il passaggio dello stabilimento ufitano dal gruppo Fiat a quello Di Risio con la conseguente dismissione, sul territorio nazionale, delle produzioni per il trasporto pubblico urbano. Pochi, all’inizio del mese di luglio, sono convinto, avrebbero scommesso, anche meno di un soldo, sull’unità e sulla capacità di resistenza dei lavoratori dello stabilimento di Flumeri. A questi lavoratori, da ormai più di tre mesi senza salario, va riconosciuto il merito di aver articolato, per l’Irpinia, una fondamentale battaglia d’interesse generale che oltre a difendere un pezzo di Mezzogiorno, al pari di altre vertenze nazionali – Termini Imerese, Eutelia, Vinyls ed Alenia – ha trovato la forza di parlare all’intero Paese. E, sempre all’intero Paese, nel merito e nella modalità della “gestione del conflitto”, parlano pure le lettere di “sospensione cautelare”, inviate, per primi, dal gruppo del Lingotto agli Rsu Dario Meninno e Raffaele Colello, oltre che ad almeno un’altra decina di lavoratori Irisbus. Troppe, in anni recenti, sono state le crisi industriali in aree geografiche diverse ed economicamente anche più forti ed avanzate che, con meno clamore, hanno assecondato il processo di “modernizzazione regressiva”, in anni in cui il “lavoro solido”, nella sua corporeità materiale fatta di fatica e di ripetizione, è stato progressivamente travolto dalla liquefazione del mondo sociale e, in un processo di decostruzione, ridotto a residuo. La risposta che invece arriva dai cancelli di Valle Ufita, si oppone all’idea, sciagurata, che in Italia si possa ripartire - uscire dalla crisi - cancellando pezzi indispensabili e strategici dell’industria nazionale. In una provincia in cui nonostante l’enorme flusso di denaro pubblico, garantito in passato da una classe dirigente importante, le nostre comunità ancora sono terra di partenza per nuove emigrazioni e, con difficoltà, prendono forma e sostanza nuovi assets di sviluppo, a preoccupare è, sicuramente, l’assenza della politica – il centrodestra – che, nella sua filiera, Provincia, Regione e governo nazionale, avrebbe potuto e, in una qualche maniera, dovuto caratterizzarsi nell’offrire una sponda migliore nella gestione dell’attuale crisi industriale. Le condizioni c’erano tutte: un forte profilo unitario tra le organizzazioni irpine – sindacali e datoriali – sostanziato dalla firma in calce al “Patto per lo sviluppo”; la necessità della Regione Campania di farsi carico, per la sua parte, del rinnovo del parco autobus e, per dare ossigeno alla domanda, della battaglia più generale dello sblocco dei fondi FAS; la possibilità, per la Provincia di Avellino, di costituire un tavolo di crisi capace di essere, oltre che un legittimo riferimento territoriale, anche un momento di valorizzazione dell’intero sistema irpino, tra Fiat ed indotto, nella relazione, sempre più stringente, che questo settore dell’automotive deve avere con la ricerca ed il mondo dell’università nel rapporto tra produzioni, mobilità e sostenibilità ambientale. Il governo nazionale, invece, avrebbe dovuto operare, anziché per chiuderle, per tenerle aperte, le fabbriche; sostenendo, per il Paese, l’elemento strategico delle produzioni legate al trasporto pubblico, lavorando al tema del finanziamento di un Piano nazionale dei trasporti sia nel tentativo di conservare la relazione, in Italia, tra il gruppo Fiat e questo tipo di produzioni e sia provando ad orientare diversamente Finmeccanica che con la Bredamenarini opera sullo stesso segmento, magari, provando anche ad unificare la soluzione alle due vertenze. Intanto, riguardo alla Fiat, non è il governo ma la Consob, la Commissione di controllo sulla Borsa, che, a tutela del mercato, legittimamente, chiede a Marchionne, per il prossimo 27 ottobre, in occasione della pubblicazione dei dati della trimestrale, di far chiarezza sul futuro degli stabilimenti italiani. Nei fatti, a quasi due anni dall’annuncio del piano “Fabbrica Italia”, i lavoratori del gruppo ancora non conoscono quando e con quali prodotti ricominceranno a lavorare. Sin dall’inizio, i limiti della vertenza Irisbus, li abbiamo, giustamente, riconosciuti sia nella chiusura delle posizioni del gruppo Fiat e sia nella debolezza del governo Berlusconi in materia di politiche industriali. A questo punto, però, sembra davvero tornare utile un antico adagio da vecchi sindacalisti: “Resistere un minuto in più del padrone”. Ma, e, quanto prima, c’è d’auspicarselo, occorre durare almeno un minuto in più anche di questo governo.

Generoso Bruno


15 febbraio 2011

Democratici irpini: unità e utilità.

Migliaia e migliaia di donne, in tutte le piazze italiane, hanno testimoniato l’esistenza di un’Italia migliore rispetto a quella stretta nelle “mutande pazze” – sesso, potere, denaro - di questa seconda repubblica. Lo hanno fatto con la chiarezza che solo le donne hanno e nel modo che solo le donne sanno. Senza cadere negli errori, nel voyeurismo, della cronaca politica di queste settimane e senza cadere nelle trappole, di destra e di sinistra, sulla separazione tra pubblico e privato, fra politica e morale, fra reato e peccato.

Esiste, quindi, un’Italia che conserva in sé gli anticorpi alla malattia del berlusconismo. Il punto è, adesso, battere Berlusconi. E’ questo il terreno su cui il Partito Democratico è chiamato ad essere il cuore, il centro, dell’alternativa. Senza il Pd, è chiaro, non si va da nessuna parte ma, è pur vero, che con questo Pd, a partire dai nostri territori, non si va lontano. Da troppo tempo, fra le fila democratiche, è maturato un dibattito che, crescendo solo su se stesso, si è rivelato funzionale, quasi esclusivamente, al gioco della conta interna. Quando la politica diviene, a questa maniera, “insulare” il rischio è quello dell’affievolirsi del contatto e di quella “connessione sentimentale” con la realtà. Peggio è, come sta avvenendo nel Pd irpino, se questa condizione è accompagnata ad vuoto di proposta politica.

Sono consapevole che solo l’apertura di una nuova fase unitaria potrà portare i democratici irpini fuori dall’attuale stallo. A chiacchiere, bisogna dirlo, d'accordo, lo sono davvero tutti. Al punto, per il troppo dire, da aver logorato il senso stesso della parola.
L’unità, lungi dall’essere percepita come reale pratica politica - come assunzione, anche parziale, della visione politica dell’altro, come condivisione o, meglio ancora, come contaminazione di culture politiche diverse - appare più declamata come invito alla corresponsabilità, nella sostanza un allargamento addizionale del gruppo dirigente, più utile a nascondere che a superare i limiti della direzione politica.
La ricerca, però, di una qualche unità di azione è un fatto da cui non si può fuggire e, con attenzione, bisognerà valutare la proposta della Lengua, consapevoli, tutti, che non potrà bastare, da sola, la partecipazione ai gruppi dirigenti a risolvere i problemi del Partito Democratico.
 
 
In Irpinia, i democratici hanno bisogno di un partito capace di far vivere il confronto all’interno di organismi dirigenti in grado di decidere e di votare. Il Pd è, anche in Irpinia, partito di opposizione. Prima abbandona l’idea del consenso costruito, esclusivamente, sulla gestione del potere in favore di una concezione politica fondata sulla battaglia delle idee e meglio è.
L’emorragia di sindaci ed amministratori, la difficoltà sul tema delle alleanze e nel lavoro di disarticolazione del centrodestra provinciale, sono elementi che sottolineano, drammaticamente, questo passaggio.
Da decenni una classe dirigente di amministratori è stata educata a determinare ed a conservare il consenso attraverso la partecipazione al potere. Questa strada, non solo, non è più possibile ma neppure, ormai, auspicabile.
La risposta ai bisogni della gente ha ripreso a passare all’interno di un’immensa domanda di cambiamento che mette a dura prova i democratici e tutte le culture politiche storiche del centrosinistra. Stiamo vivendo i giorni di un difficile passaggio d’epoca in cui domande radicali possono riprendere a nutrire le culture riformiste.
Un Partito Democratico chiuso, arroccato nelle proprie stanze con un dibattito tutto interno ai suoi problemi, non serve e non è utile né ai democratici né all’Irpinia.
 
Generoso Bruno


22 agosto 2010

Democratici, l’unità e l’alternativa.

L’estate, oltre che con la consueta fiumana di automobili sulla Salerno Reggio Calabria, si chiude con la presentazione dei cinque punti di Berlusconi. Il governo, sono convinto, troverà, nonostante l’impegno del premier per un rapido ricorso alle urne, la fiducia delle Camere. Nonostante il tono della conferenza stampa dell’altro giorno e la possibile, non risicata, maggioranza parlamentare, quella che potrebbe aprirsi per Berlusconi, il Pdl ed i finiani, se non la profezia, la scadenza naturale della legislatura, espressa da Gianfranco Rotondi, è la fase, quanto lunga è ancora da verificare, di una tregua armata con Berlusconi condannato, suo malgrado, al governo e quegli altri a sostenerlo. Con la novità, dopo la cacciata di Fini dal predellino, che governare significherà doversi misurare con la necessità dell’accordo tra poteri ed interessi diversi, assecondando il gioco delle mediazioni e dei compromessi di una politica di manovra. Esattamente quello che Berlusconi non sa o, pena la sua “riduzione alla normalità”, non può concedere. Presto o tardi, dunque, è solo questione di tempo, si aprirà, formalmente, la definitiva crisi di governo in una modalità inedita ed attualmente poco prevedibile. Si allontana però, almeno per un po’, certamente non in autunno, lo spettro di una campagna elettorale che, più che il Paese, la crisi - quella vera - i bisogni e le aspettative degli italiani avrebbe avuto come unico quesito, quasi di tipo referendario, Berlusconi stesso e, ancora una volta, la “divisione del mondo in pecore bianche e pecore nere, in buoni - dei quali, ovviamente, il Cavaliere fa parte - e cattivi” provando, quindi, in questa maniera, a ri-conquistare cittadini ed elettori a politiche che, come un tempo avrebbero detto a Francoforte, “contrastano con i loro interessi razionali”. Le discussioni estive, nonostante la calma ed il profilo basso scelti da Bersani, hanno confermato un dibattito politico che tende, nel migliore dei casi, a crescere solo su se stesso ed a ridursi ad un insieme di formule a conferma, come scrive Christopher Lash, della “insularità” delle “classi parlanti” cioè dell’avvenuta perdita di contatto tra politica e realtà. E’ la stessa crisi, aperta e sviluppata sopra un piano altro rispetto ai processi economici e sociali – un meridionale su tre è a rischio povertà – a muoversi all’interno di questo contesto di separatezza contribuendo, anche mediante le sue stesse modalità di sviluppo, ad acuire, pericolosamente, questa divaricazione.

Si percepisce, ad ogni livello, la difficoltà dell’attuale fase politica. La crescita della disoccupazione, lo stallo dei mercati interni, la diminuzione del potere d’acquisto sono il prezzo che il Paese paga anche per la rottura degli equilibri interni alla maggioranza. Non sono, pertanto, rimasto affascinato dalle alchimie del dibattito di ferragosto sull’eventuale tipologia del governo da offrire al Paese una volta conclamata la crisi di quello attuale. Di transizione, di liberazione, di salute pubblica o di salvezza nazionale che sia; sono tutte formule che nel loro politicismo e nella loro, più o meno variabile, geometria eludono la sostanza del problema. La costruzione dell’alternativa a Berlusconi ed al berlusconismo. L’attuale crisi di sistema, che comincia ad intravedersi, potrebbe arrivare a trovare definizione all’interno di un lungo percorso di debilitante logoramento della società italiana per come, questa, si è determinata durante l’arco degli ultimi venti anni. Nonostante il tentativo di Giorgio Napolitano di ricondurre il dibattito all’interno della regola costituzionale e nella prassi parlamentare – l’eventuale ritorno alle urne lo decide il Presidente della Repubblica dopo aver constatato l’impossibilità di altre maggioranze parlamentari – è risultato ancora più evidente, quanto, in questi anni, la costituzione materiale sia riuscita a piegare la Carta fondamentale. Già per i governi Dini e D’Alema non fu risparmiato l’uso della parola “golpe”. Ritengo, quindi, davvero difficile uno scenario parlamentare che duri oltre il tempo di questo governo, anche se a fare da collante politico per una quantomeno composita maggioranza dovesse esserci la sola, necessaria, riforma elettorale. Bersani, con la mobilitazione “porta a porta” del Partito Democratico, chiama il centrosinistra ad una grande battaglia di democrazia a cui i territori non possono sottrarsi, scommettendo sul fatto che la società italiana, in sé stessa, ha la forza e la qualità per battere Berlusconi e questa destra. La precondizione resta, però, l’unità dei democratici. In Irpinia, ciò che non ha potuto l’ultima assemblea congressuale potrà ottenerlo l’asprezza della fase attuale? Spero che il gruppo dirigente non voglia rimarcare, ancora una volta, il suo isolamento da una parte consistente del Pd, la stessa che, fortunatamente, per l’intero Partito Democratico, alle passate elezioni, ha avuto il merito di riuscire ad eleggere il Consigliere regionale. Quella stessa per cui Lombardi, mi si perdoni la battuta, viene da Ponsacco e non da Cervinara.

 Generoso Bruno


21 giugno 2010

Genova 2001. Nulla di fisiologico.

Gianni De Gennaro, capo della Polizia durante i giorni del G8 di Genova, è stato condannato ad un anno e quattro mesi, per istigazione alla falsa testimonianza. Oggi De Gennaro, attuale Direttore del Dipartimento informazioni per la sicurezza, fino alla sentenza di Cassazione, potrebbe anche non dimettersi. Preferirei, invece, che lo facesse. Il capo della Polizia, agli occhi dei cittadini, non può apparire come un mentitore. E, di menzogne, sui fatti del G8 Genova, se ne sono dette anche troppe.



Oggi, la condanna di De Gennaro, sommata a quelle degli altri funzionari della catena di comando, restituisce, dopo nove anni, una più giusta chiave interpretativa. Non solo, quindi, singole responsabilità degli esecutori, dei “garzoni di macelleria”, ma, la catena di comando, le sue responsabilità, i suoi meccanismi di autoprotezione. A Genova, in quei giorni, al di qua dei dieci varchi e delle duecentoquarantaquattro grate della zona rossa, abbiamo assistito, per davvero, alla sospensione della democrazia e del diritto. Manganelli, l’attuale capo della Polizia, il mese scorso in visita ad Avellino, durante un incontro, parlando anche di G8, pur ritenendo certi eccessi riprovevoli, arrivò a qualificare come “fisiologico”, “ogni atto che fuoriesce dall’ordinario svolgimento dell’attività”. Mi dispiace, ma a Genova, alla Diaz, non fu così. Non ci fu nulla di “fisiologico”. Fu una mattanza. Il blitz non ebbe mai alcuna autorizzazione preventiva dalla magistratura e molto ruota attorno all’introduzione, successiva all’irruzione, di due bottiglie motolov, al fine di ricostruire una plausibile “scena del crimine” e giustificare l’assalto di centinaia di agenti “caricati a molla”, dopati, dalla falsa notizia dell’uccisione di un collega.
La tortura, la cattiveria, la brutalità, la privazione di cibo, acqua e cure mediche, le ossa rotte dalle bastonate, gli schizzi di sangue sui muri, sui pavimenti, sugli spigoli dei termosifoni, i denti fatti saltare sui gradini, i corpi denudati, perquisiti, colpiti, martoriati, costretti per ore all’immobilità, gli sputi, la prigionia come degradazione al non-umano. Queste – dottor Manganelli - non sono le “smagliature” di cui racconta nei suoi convegni. Queste non sono, solamente, le responsabilità da mettere in conto a singoli appartenenti alle forze dell’ordine. La scuola Diaz e ciò che è avvenuto nella caserma di Polizia di Bolzaneto, sono il prodotto di un clima, in quei giorni, costruito ad arte. Prepararsi al possibile lancio di sacchi di sangue infetto sui poliziotti. Erano queste le cose che venivano raccontate agli agenti che avrebbero dovuto affrontare il servizio in strada. Erano queste, insieme a molte altre, le parole che servirono, non senza colpe della politica, a costruire quella montante strategia della tensione.



Quel clima, la “macelleria messicana”, non avrebbe mai potuto determinarsi, però, senza l’opportuna copertura politica del centrodestra e, in una fase successiva, quella relativa all’affossamento della proposta della Commissione parlamentare d’inchiesta, anche del centrosinistra e del governo Prodi. Non sapremo mai, quindi, probabilmente, perché non fu Scajola, allora Ministro dell’Interno, a seguire le operazioni, presso le sale operative della Questura e dei Carabinieri ma, invece, Gianfranco Fini ed altri suoi quattro parlamentari; e, forse, mai verremo a conoscenza dell’identità dell’esponente del governo che fece visita, in piena notte, complimentandosi con gli aguzzini, alla caserma di Bolzaneto. So, solamente, che arrivammo a Genova, per dichiarare che un altro mondo era ancora possibile. Qualcun altro, invece, decise di vincere, “per uno a zero”, una partita a cui nessuno di noi avrebbe mai voluto giocare.

Generoso Bruno


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