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20 febbraio 2013

Unions pose dilemma for Italy's centre-left

I sindacati italiani, il dilemma del centrosinistra

di Ferdinando Giugliano

Financial Times 19/02/2013

Avellino

Stretta tra la pressione dovuta al calo della richiesta e la competizione estera, l’industria automobilistica di Avellino, un tempo fiorente, vive un momento di crisi. Tutte le 57 fabbriche, situate nell’area di questa cittadina del sud Italia che si trova circa 50 Km ad est di  Napoli, hanno dovuto licenziare o far ricorso ai sussidi statali per mantenere gli organici. L’Irisbus, l'industria che produce autobus di proprietà  dalla Fiat, ha chiuso il proprio stabilimento, vicino Flumeri, lasciando oltre 700 dipendenti a percepire sussidi di disoccupazione che scadranno quest'anno.

Così, quando  Pier Luigi Bersani, leader del Partito Democratico, ha fatto tappa ad Avellino la scorsa settimana, i lavoratori lo hanno accolto carichi di speranza.

“Il PD è l’unico che si è schierato dalla nostra parte” – ha dichiarato Dario Mennino, che ha capeggiato uno sciopero di 4 mesi alla Irisbus.  “Siamo ansiosi di vedere Bersani vincere le elezioni”, ha aggiunto Sergio Scarpa, leader locale della FIOM, l'intransigente sindacato dei metalmeccanici.

Pier Luigi Bersani sarà sollevato nell'apprendere che può contare sull’appoggio del lavoro organizzato,  dal momento che spera di assicurarsi una maggioranza piena alle elezioni politiche che si terranno  domenica prossima. Avellino ha rappresentato per anni un feudo della Democrazia Cristiana, ma ci sono segnali che lasciano presagire che il vento potrebbe  cambiare.

“La crisi dell’industria sta spostando l’elettorato a sinistra”, le parole di Valentina Paris, candidata  locale alla Camera dei Deputati,  che ha partecipato, affermandosi,  alle primarie del PD tenutesi a dicembre. “Le persone sapevano della mia appartenenza all’area di sinistra del partito e comunque alle primarie ho ricevuto il doppio dei voti nei quali speravo”.

I critici temono che la coalizione di centro-sinistra possa finire ostaggio dei sindacati e in particolare della CGIL, il più   radicale tra i maggiori  sindacati confederali italiani.

La linea di demarcazione tra il Partito Democratico e il sindacato assume spesso contorni sfumati. Proprio in Campania, la regione nella quale si trova Avellino, uno dei principali  candidati del  PD è Guglielmo Epifani, segretario generale della CGIL dal 2002 al 2010.

Marco Simoni, politologo e candidato per Scelta Civica, il movimento di centro guidato da Mario Monti, ha affermato che “ la vicinanza tra la CGIL  e il Partito Democratico, è più marcata che in qualsiasi altro paese europeo”. Tale vicinanza potrebbe rappresentare un ostacolo nel caso in cui  i Democratici intendessero, dopo il voto, cercare un’alleanza con Mario Monti.

Simoni ha dichiarato che “non c’è chiarezza sulle politiche che il Partito Democratico intende perseguire ma è impensabile che per noi un’alleanza con un partito le cui posizioni sono vicine a quelle della CGIL”.

Le proposte di politica economica della CGIL, che conta 5.5 milioni di iscritti, illustrate nel documento “Piano del Lavoro”, possono essere riassunte nella richiesta di aumento di 50 miliardi della spesa pubblica per  il prossimo triennio,  per garantire  l'assunzione di migliaia di  dipendenti pubblici e sgravi fiscali alle aziende che assumono donne e giovani. Le risorse potrebbero essere finanziate attraverso una patrimoniale e con  tagli drastici ai trasferimenti alle imprese.

Durante la sua visita a Napoli, Susanna Camusso, segretario della CGIL, ha elogiato il Piano per il suo realismo. “ Abbiamo scelto di assicurarci che i conti tornino”, ha detto la Camusso.

Tuttavia, alcuni economisti sono scettici.“ Il programma della CGIL  è per metà troppo vago e per l'altra metà poco realistico”, dice Tommaso Nannicini, economista e professore universitario  di economia politica alla Bocconi. “La debolezza del piano va individuata  nell'incapacità di proporre  soluzioni per migliorare il controllo della spesa pubblica”.

E aggiunge che comunque il programma va analizzato attentamente,  “ dal momento che il PD  non può permettersi rotture con la CGIL.  Tuttavia le richieste del sindacato sono così vaghe che i Democratici potrebbero permettersi anche di ignorarle, una volta al governo”.

Un governo di centro-sinistra potrebbe avere difficoltà a trovare un equilibrio tra le richieste del sindacato di aumento della spesa pubblica e il rispetto delle regole fiscali dell’UE , che Bersani ha ripetutamente dichiarato di voler rispettare.

L'Italia ha sottoscritto il fiscal compact, un patto fiscale attraverso il quale ogni stato dell'eurozona si impegna a mantenere il budget entro determinati parametri, che tengano conto del ciclo economico.

Egualmente importante per un governo progressista sarebbe conciliare i desideri del sindacato con le speranze degli industriali, alle quali Bersani ha promesso di dare ascolto.

Confindustria, la principale organizzazione industriale  italiana, ha priorità completamente differenti da quelle della CGIL , che includono, tra l’altro, il taglio degli oneri sociali per i dipendenti.

Al  PD il difficile ruolo di far quadrare il cerchio tenendo  conto delle speranze interne al partito, e ad Avellino le aspettative sono piuttosto alte.

“L'Italia ha bisogno di una nuova politica industriale”, sostiene Generoso Bruno del Partito Democratico. “O lasciamo che l'industria, qui al sud, rappresenti una risorsa per il Paese, oppure questo potrebbe essere l'inizio della fine”.


29 novembre 2012

Se ventimila voti vi sembran pochi.

I progressisti, l’Irpinia e la buona politica.

Ventimila voti, in Irpinia, alle primarie del centrosinistra non sono pochi. Non sono pochi in un clima generale di astensionismo, sfiducia e antipolitica. Non sono pochi in un territorio che, più di altri, sta pagando un prezzo considerevole alla crisi economica e al deficit di classi dirigenti. Tremila voti, ad Avellino, alle primarie del centrosinistra, non sono pochi per una città che vede a rischio lo status e le funzioni di capoluogo. Tremila voti, probabilmente, non sono neanche pochi in una città che ha visto le dimissioni del proprio sindaco per la smania di una candidatura in un momento in cui, responsabilmente, si sarebbe dovuto fare altro. Molto altro. Ventimila voti, in sintesi, straordinariamente, inutili a registrare il peso degli “apparati” o, peggio ancora, la vischiosità della mistura di notabilato e potentati locali. Alle primarie, sono convinto, ha votato, esattamente, chi voleva votare. Tutti quelli che intendono misurare nel voto per la scelta della premiership del centrosinistra: movimenti, assetti ed equilibri, candidature e conte congressuali, semplicemente, sbagliano. La sola cosa a cui questi ventimila voti servono, per fortuna, è la politica.

In Irpinia, Bersani è al 50% e Renzi al ventisei. Credo sia sufficientemente chiara la possibilità che anche in Irpinia, nel secondo turno delle primarie, i sostenitori di Nichi Vendola – 20% - hanno di poter contribuire a definire il campo largo dei progressisti e la qualità della proposta politica.

Domenica siamo chiamati a decidere chi e, soprattutto, come si riuscirà a guadagnare l’uscita dalla crisi. Con la nuova “terza via” di Matteo Renzi – da un sindaco mi sarei aspettato uno sforzo migliore; almeno, sulla “toponomastica” - in piena continuità con le ricette d’impianto neo-liberista dell’ultimo trentennio o con Pier Luigi Bersani che, alla durezza della questione sociale, con la riorganizzazione del campo europeo dei progressisti – da Hollande ai socialdemocratici tedeschi - oppone una linea che ha il suo fulcro nella ricerca di un’alternativa politica di sviluppo e di lotta alle diseguaglianze. E’ nella terra dove, per effetto di tagli lineari, i tribunali e gli ospedali chiudono; dove i lavoratori forestali da più di un anno sono senza stipendio che c’è bisogno dei progressisti.

E’ in Irpinia, dove con le grandi fabbriche  – Fma – in cassa integrazione, si lavora per appena tre giorni al mese e dove, con la Irisbus, chiude l’unico stabilimento italiano legato alla produzione degli autobus per il trasporto pubblico, che c’è bisogno di Bersani.

E’ anche da qui, con Bersani e i progressisti, che passa la costruzione di un nuovo Mezzogiorno capace di guadagnare un'Europa che, oltre alla politica di tagli alla spesa pubblica e avanzi primari, è capace di fissare il nesso tra equità, coesione, sviluppo, lavoro e nuove generazioni. Chiunque, su questo voto, intenda misurare altro non solo è in malafede ma fa un danno al centrosinistra ed alla stessa possibilità che queste primarie possano rappresentare il tentativo di riconquista del Paese alla buona politica.


14 settembre 2012

"La città ha già cambiato passo, ora tocca alla politica".

           

Dopo la Festademocratica del circolo Foa, l’analisi di Bruno.

 

Incontriamo Generoso Bruno, esponente provinciale dell’area Bersani del Pd irpino, per parlare della città anche alla luce della Festademocratica di Avellino che lo scorso finesettimana il Circolo Foa del Pd cittadino ha organizzato in via Verdi e che tanto sembra aver animato il dibattito all’interno del Partito Democratico. 

Bruno, la citta migliore di cui si parlava sul manifesto della Festademocratica, esiste davvero?

Credo di si. Esiste una città migliore. Esiste una città capace di resistere, mi consenta subito una battuta, alla “forza di grevità” esercitata da questo consiglio comunale e dal suo sindaco sull’intera comunità cittadina. Mi sembra che sia questa, la buona notizia che arriva dalla duegiorni democratica, organizzata dal circolo Foa del Pd di Avellino.

Ma il Pd, è ancora il partito di Galasso?

Non è uno scandalo e neppure una contraddizione che proprio da un circolo del Partito Democratico, che fino a prova contraria resta il partito del sindaco di Avellino, arrivi la messa a punto di un percorso di discontinuità riguardo gli ultimi otto anni di amministrazione su cui mai, a volerla dire tutta, c’è stato, nello stesso Pd, un consenso acritico. Non è uno scandalo e neppure una contraddizione, quindi, che all’interno di un grande partito, un tempo si sarebbe detto “di massa”, possa e debba potersi sviluppare un profilo d’alternativa.

Ma di quali colpe accusa Galasso?

Dirò, invece, l’unico peccato che certamente il sindaco non deve espiare. In una delle più belle analisi – “Napoli non è Berlino” - sul rapporto tra potere, Mezzogiorno e governo del territorio, Isaia Sales, quasi a voler mettere sull’avviso il lettore, fa anticipare l’introduzione da una frase di Carlos Quijano: “I peccati contro la speranza sono i più terribili […] non hanno né perdono, né redenzione”.

Ecco, riguardo Avellino, mi sembra proprio questo l’unico peccato che, invece, Galasso, non debba scontare. Non è questa la croce che la sua amministrazione comunale deve portare.

Cosa intende dire?

Al di là delle chiacchiere di qualche “anima bella”, il compito politico affidato al sindaco non ha mai riguardato l’incontro con il tema della speranza e del cambiamento, anzi, sin dalle battute iniziali della sua prima campagna elettorale, appariva chiaro lo spirito di una necessità politica “normalizzatrice”.

L’errore – gravissimo - della sinistra, fu quello di assecondarla, credendo, forse, di riuscire, magari col lavoro di qualche bravo assessore, a porre argine, a una spinta “restauratrice” fondata - per giunta - non sulla qualità ma sulla quantità. Sul consenso personale e non più sulla politica che, ormai, ben poco, nella testa di chi inventò quella proposta, poteva dire alla gente, specialmente a quella invocata con la “doppiaggì” iniziale. A far bella figura, d’altro canto - per fingere di andare oltre il “particulare” - anche l’allora Margherita scelse dei “tecnici di garanzia” mentre, invece, in questa seconda consiliatura, già i limiti posti nello Statuto comunale al potere del sindaco, relativi alla formazione della giunta, con chiarezza, hanno rivelato, per intero, la caratura e l’impostazione dell’esecutivo di governo.

Sono queste considerazioni che m’impediscono di poter immaginare una soluzione differente – “un cambio di passo” – per la fine dell’attuale consiliatura e che mi fanno apparire quantomeno fuori luogo se non, addirittura, inopportune alcune ambizioni personali riguardanti il destino dell’attuale sindaco.

Come si colloca, invece, la città?

C’è una città, era evidente in tutti gli interventi ai dibattiti della nostra “Festademocratica”, che, nonostante quest’amministrazione, sembra aver già cambiato il passo e chiede, però, alla politica di fare altrettanto.

C’è una città che è pronta a costruire – che è ben più di accogliere - una nuova possibilità di cambiamento e di trasformazione.

Parole come futuro, speranza e cambiamento continuano a parlare a queste specificità soprattutto quando, a rendersi necessaria, per Avellino, è una nuova ricerca di senso come città e, ancor di più, come città capoluogo.

Lei parla di una nuova ricerca di senso. Da dove occorre cominciare?

Sono le politiche culturali, insieme alle politiche sociali – è stato detto - che in una città, specialmente nel tempo della crisi, sviluppano la valorizzazione della struttura immateriale dei rapporti che, attraversando la città, determinano i centri nervosi e recettivi di una comunità. Occorre superare, però, in maniera definitiva, la debolezza, l’accidia e l’inutilità dell’attuale classe dirigente politica in favore della crescita di una nuova visione per Avellino.

Sembra quasi il ritorno al vecchio slogan dell’anima per la città?

Vede, quello slogan diceva una grande verità. Ogni città ha bisogno di una visione o, se preferisce, meno laicamente, di un’“anima”. Spesso, nella loro storia, le città hanno saputo far coesistere visioni o anime differenti o, comunque, nello scandagliare la “stratificazione” della storia di una città è sempre possibile comprendere le visioni che hanno sostenuto i cicli di sviluppo e di crisi.

C’è bisogno, quindi, di una visione per immaginare Avellino nel suo rapporto con lo spazio e, quindi, nella sua connessione al territorio circostante e nella complessa dinamica di una ricerca armonica - tutta ancora da determinare - tra il “pieno” della fascia costiera e il “vuoto” del paesaggio dell’appennino meridionale.

C’è bisogno di una visione capace di riuscire – nello spazio – a farci stare al mondo e - nel tempo - ad immaginare la città nel suo futuro più prossimo e più remoto ancora.

Con la spending review e la possibile perdita dello status di città capoluogo, come la mettiamo?

Quando anche formalmente - come sta accadendo in questi giorni - è messo in discussione il ruolo di una città all’interno della rete dei poteri istituzionali, l’aridità dei numeri della spending review è solo la conferma di quanto già sapevamo.

A poco servono, a questo punto, le battaglie di campanile o la chiamata alle armi per un ceto politico di poco peso e di scarso valore. La città di Avellino, già da tempo, dal ripensamento sia dei servizi primari e sia delle politiche urbane per un bacino “inter-municipale” avrebbe dovuto, accettando la riorganizzazione degli ambiti ottimali, essere una città da centomila abitanti e non quella che, per dirla con il lapsus di Galasso, ha appena “cinquemila voti” di scarto con Benevento.

In definitiva, secondo lei, che fare?

Occorre dichiarare, una buona volta, chiusa la fase di “normalizzazione” aperta con la prima elezione di Galasso e cercare d’impedire, anche sotto ogni altra forma, uno sviluppo o un prosieguo di questa. Mi piace ricordare Terracarne, il libro di Franco Arminio, dove nel descrivere la città nei giorni della sua ultima campagna elettorale per le amministrative diceva: “Pare che sia passata una mano di grigio sulle facce, il grigio di una depressione collettiva”. Non si sbagliava, ma, mi lasci dire, da sabato e domenica scorsi, in via Verdi, le facce, hanno già preso un po’ di colore.

 

Intervista pubblicata dal quotidiano “OTTOpagine” il 14/09/2012.


15 febbraio 2011

Democratici irpini: unità e utilità.

Migliaia e migliaia di donne, in tutte le piazze italiane, hanno testimoniato l’esistenza di un’Italia migliore rispetto a quella stretta nelle “mutande pazze” – sesso, potere, denaro - di questa seconda repubblica. Lo hanno fatto con la chiarezza che solo le donne hanno e nel modo che solo le donne sanno. Senza cadere negli errori, nel voyeurismo, della cronaca politica di queste settimane e senza cadere nelle trappole, di destra e di sinistra, sulla separazione tra pubblico e privato, fra politica e morale, fra reato e peccato.

Esiste, quindi, un’Italia che conserva in sé gli anticorpi alla malattia del berlusconismo. Il punto è, adesso, battere Berlusconi. E’ questo il terreno su cui il Partito Democratico è chiamato ad essere il cuore, il centro, dell’alternativa. Senza il Pd, è chiaro, non si va da nessuna parte ma, è pur vero, che con questo Pd, a partire dai nostri territori, non si va lontano. Da troppo tempo, fra le fila democratiche, è maturato un dibattito che, crescendo solo su se stesso, si è rivelato funzionale, quasi esclusivamente, al gioco della conta interna. Quando la politica diviene, a questa maniera, “insulare” il rischio è quello dell’affievolirsi del contatto e di quella “connessione sentimentale” con la realtà. Peggio è, come sta avvenendo nel Pd irpino, se questa condizione è accompagnata ad vuoto di proposta politica.

Sono consapevole che solo l’apertura di una nuova fase unitaria potrà portare i democratici irpini fuori dall’attuale stallo. A chiacchiere, bisogna dirlo, d'accordo, lo sono davvero tutti. Al punto, per il troppo dire, da aver logorato il senso stesso della parola.
L’unità, lungi dall’essere percepita come reale pratica politica - come assunzione, anche parziale, della visione politica dell’altro, come condivisione o, meglio ancora, come contaminazione di culture politiche diverse - appare più declamata come invito alla corresponsabilità, nella sostanza un allargamento addizionale del gruppo dirigente, più utile a nascondere che a superare i limiti della direzione politica.
La ricerca, però, di una qualche unità di azione è un fatto da cui non si può fuggire e, con attenzione, bisognerà valutare la proposta della Lengua, consapevoli, tutti, che non potrà bastare, da sola, la partecipazione ai gruppi dirigenti a risolvere i problemi del Partito Democratico.
 
 
In Irpinia, i democratici hanno bisogno di un partito capace di far vivere il confronto all’interno di organismi dirigenti in grado di decidere e di votare. Il Pd è, anche in Irpinia, partito di opposizione. Prima abbandona l’idea del consenso costruito, esclusivamente, sulla gestione del potere in favore di una concezione politica fondata sulla battaglia delle idee e meglio è.
L’emorragia di sindaci ed amministratori, la difficoltà sul tema delle alleanze e nel lavoro di disarticolazione del centrodestra provinciale, sono elementi che sottolineano, drammaticamente, questo passaggio.
Da decenni una classe dirigente di amministratori è stata educata a determinare ed a conservare il consenso attraverso la partecipazione al potere. Questa strada, non solo, non è più possibile ma neppure, ormai, auspicabile.
La risposta ai bisogni della gente ha ripreso a passare all’interno di un’immensa domanda di cambiamento che mette a dura prova i democratici e tutte le culture politiche storiche del centrosinistra. Stiamo vivendo i giorni di un difficile passaggio d’epoca in cui domande radicali possono riprendere a nutrire le culture riformiste.
Un Partito Democratico chiuso, arroccato nelle proprie stanze con un dibattito tutto interno ai suoi problemi, non serve e non è utile né ai democratici né all’Irpinia.
 
Generoso Bruno


25 ottobre 2010

Il furto delle parole al tempo della crisi.

Può non piacere, ma il 16 ottobre, a Roma, c’era un popolo che nelle sue parole – lavoro, diritti, democrazia, legalità e contratto – insieme alla Fiom, ha provato a rilanciare il tema dell’alternativa. E’su quelle parole, quindi, insieme a molte altre, che bisognerà misurare il tema del cambiamento e l’uscita dal berlusconismo.

“Le parole sono importanti”, ricordava Nanni Moretti in uno dei suoi film e la crisi delle sinistre e delle socialdemocrazie europee, la subalternità ideologica, della sinistra e dei suoi leader, all’idea di società che le stesse politiche neoliberiste andavano strutturando, è confermata dall’eviscerazione, dallo svuotamento di senso, di molte delle sue parole. Da troppo tempo, purtroppo, il tema della modernità ha finito con il coincidere con politiche di compressione e di riduzione dei diritti.

E’ di questi giorni, in Francia, il tentativo sarkozista di “riforma” delle pensioni. Ancora una volta, quindi, è con l’uso della parola “riforma” che viene annunciata e promossa l’ennesima aggressione al modello di civiltà europeo.
 
Roma, 16 ottobre 2010 - Foto di Giovanni Rosato.
Roma, 16 ottobre 2010 (foto di Giovanni Rosato).
 
Il capovolgimento semantico di molte delle parole di progresso ha fatto assumere pensieri e caratteristiche, diversi ed opposte, ai suoni del linguaggio, individuando, così, per il logos,una nuova “differenza” ed un’altra realtà specifica.
 
L’assenza delle parole, la mancanza di un lessico, ha, quasi, generato, a sinistra, quindi, la fine di una narrazione e l’abbandono di una speranza.
E’questo il motivo per il quale proteggo, anche nella loro “parzialità” e nella loro “tematicità”, le parole della piazza dei metalmeccanici della Cgil.
 
Per tutti questi anni, la spoliazione del lessico, il rovesciamento di senso delle parole, la sostanziale assunzione, a sinistra, dei modelli economico-sociali dominanti ha contribuito, nella mutazione del lavoro e nel ripiegamento difensivo, ormai trentennale, dei conflitti, a far identificare, purtroppo, come “conservatrici” quelle condotte sindacali che hanno provato a fare argine all’onda liberista.
 
Troppo spesso, nella temperie della crisi delle socialdemocrazie europee, il centrosinistra, pur cogliendo le modificazioni e le alterazioni della natura del lavoro e delle strutture economiche, si è trovato nell’incapacità a proporre programmi politici adeguati al livello delle trasformazioni delle strutture produttive misurando, quasi, la capacità della leadership in base al grado di rottura con il fronte sindacale e con le culture politiche del novecento.
 
Il Partito Democratico, però, non può rinunciare ad essere elaborazione di una nuova cultura politica che non può non trovare nel lavoro un tema ed un profilo identitario. Specialmente oggi, quando chi rappresenta il lavoro è diviso, una “declinazione autonoma” del Pd è utile ad aprire il dialogo sul tema dell’unità sindacale e sulla qualità del profilo dell’alternativa a Berlusconi.
 
E’ inaccettabile, nelle fila dei democratici, il gioco di sponda, tutto ad uso interno, costruito sulle divisioni del sindacato ed ancor di più l’accettazione del paradigma del conflitto tra le generazioni, tra presunti garantiti ed invisibili, tra ipotetici nord ed altrettanto ipotetici sud, secondo cui occorre togliere qualcosa a qualcuno per consegnarla a qualcun altro. Il Pd, invece, ha il compito di ricucire, provando ad unire dove altri dividono, le distanze tra gli interessi sociali ed economici mortificati ed isolati dalla sofferenza della crisi attuale.
E’ questa l’unica via per uscire dal berlusconismo e restituire futuro al Paese.
 

Generoso Bruno


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