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Diario
 



12 settembre 2010

Democraticamente, con il manifesto.

Credo che il lancio del fumogeno verso il segretario della Cisl sia stato un atto pericoloso, violento e, ancor di più, politicamente stupido; utile, come pure hanno scritto, nell’editoriale di giovedì scorso, su il manifesto a costruire, intorno al segretario della Cisl, “una solidarietà più ampia del consenso alle sue politiche” che “rende più difficile difendere il sacrosanto diritto di critica e contestazione”.

Successive al lancio del fumogeno, piene del consueto squallore, ho trovato le dichiarazioni espresse dal ministro Sacconi e dal portavoce del Pdl Capezzone. Ma, oltremodo fuori misura, quelle rivolte proprio a il manifesto, il giorno seguente, da Filippo Penati e, specialmente, da Francesco Russo di “TrecentoSessanta”.

Da democratico, difendo il diritto dei giornalisti de il manifesto sia, ovviamente, ad esprimere la più ferma delle condanne ai lanciatori di fumogeni e sia quello di essere costruttori di un pensiero critico riguardo alle posizioni di qualsivoglia sigla sindacale e delle relative sponde offerte dalla politica all’interno del Pd, senza, per questo, dover incorrere in accuse di “viltà”, d’irresponsabilità o di assurdo fiancheggiamento dell’estremismo.




Nei mesi passati, non mi sono piaciute molte delle posizioni assunte da alcuni esponenti del Pd – Enrico Letta per primo – in merito al referendum di Pomigliano. Sono tra coloro che ritengono che le politiche suggerite da Bonanni e dalla Cisl siano subalterne al governo, a Confindustria ed alla Fiat e che la pratica autoritaria degli accordi separati, oltre che all’estromissione – di fatto - della Fiom dalle contrattazioni metalmeccaniche, costituiscano, sul serio, motivi di esasperazione del conflitto nel tempo attuale della crisi.

Bonanni, quindi, avrebbe dovuto parlare, magari tra i fischi, ma avrebbe dovuto dire e provare a spiegare.

Probabilmente, invece, il suo giubbotto – vista com’è andata mi concedo una battuta - sarà conservato nella sede di Via Po, a Roma, nella teca degna di una reliquia.

La bruciatura all’altezza dell’addome, come la ferita al costato del Cristo che servì a trasformare in fede l’incredulità di San Tommaso, potrebbe sempre, in qualche modo, tornar buona per la prossima campagna d’autunno.

Generoso Bruno


25 aprile 2010

Fiat: Il piano c’è. Qualche dubbio pure.

Lanciata la nuova sfida del Lingotto occorre capire quale sarà la ricaduta sugli stabilimenti Fiat a cominciare, per l’Irpinia, dalla Fma di Pratola Serra. Vero è che rispetto alle previsioni di fine anno si registra, nelle parole di Marchiorre, la voglia di guardare oltre la crisi e, positiva, appare la nomina di John Elkann alla presidenza del gruppo. Una Fiat, quindi, con un piede già oltre l’Atlantico e pronta a determinarsi come vero “global player” ma, anche simbolicamente, con una leadership rifondata sull’integrazione tra azienda e famiglia Agnelli. Segnale, insieme allo scorporo tra Fiat Auto e Fiat Industrial, certamente, da non sottovalutare. La notizia positiva riguarda, nell’arco del piano, il raddoppio, in Italia, dei volumi di produzione di autovetture – 1,4milioni - a fronte delle attuali 650 mila a cui, ancora tutta da aggiungere, resterebbe la partita relativa ai veicoli commerciali, per un totale di 1milione e 650mila veicoli con un investimento economico, per il quinquennio 2010-2014, che ammonta a 26 miliardi più altri 4 in ricerca e sviluppo. La Fma, che continuerà a lavorare sui segmenti medio-alti, vede qualche spiraglio di luce provenire da Cassino che, rimanendo lo stabilimento di riferimento per Pratola Serra, dovrebbe vedere, entro il 2014, i volumi quadruplicati, da 100 a 400mila auto compact, passando, quindi, dall’attuale 35%, relativo alla saturazione della sua capacità produttiva, ad un utilizzo del 134%. Non essendo, Marchiorre, però, entrato nel merito delle attività produttive degli stabilimenti è giusto mantenere un certo livello di cautela anche quando si parla, per i motori diesel, dell’approdo alla tecnologia multiair. Se queste, però, sono le buone notizie, deprecabile è, invece, il tono assunto dall’Addì di Fiat nei riguardi del sindacato con la minaccia del “piano B”, di “prendere la baracca produttiva e impiantarla altrove” se non ci sarà un cambio radicale dell’organizzazione del lavoro e la revisione completa degli attuali accordi sindacali.



Occorre, quindi, da subito, l’avvio di un confronto tra le parti in cui la parola flessibilità non voglia dire, necessariamente, il peggioramento delle attuali condizioni di lavoro. Sarà questo il punto di merito del confronto prossimo venturo. Al momento, quelle che restano sono solo le certezze sul calo del 30% delle vendite nel secondo semestre del 2010 ed il taglio, fra Termini Imerese, Cassino e Pomigliano, di 2500 posti di lavoro e, tutto ancora da chiarire, il tema della cassa integrazione per i lavoratori di Pratola Serra. Ancora una volta, come già in molti altri scenari di crisi il governo Bassolino, in questi anni, ha fatto, sembra rivelarsi indispensabile, fin da subito, anche da parte della nuova giunta regionale, l’erogazione di provvedimenti a sostegno del reddito. In questo scenario è utile, in tempi brevi, per l’Inps, correggere il tiro ed il tono delle dichiarazioni rilasciate dal direttore regionale Maria Grazia Sampietro riguardo alla tassazione del sostegno al reddito che, necessariamente, deve continuare, come sin qui è stato, ad essere No Tax. Nelle prossime settimane, il nodo Fiat sarà centrale per definire il modello dei futuri sistemi di relazioni industriali. Avere un piano, in un Paese dove non c’è una vera politica industriale, resta, di per sé, un fatto positivo. Il berlusconismo, dentro un complicato scenario di restringimento degli spazi di critica e di democrazia, ha utilizzato la crisi ed i suoi effetti come lo strumento con cui portare l’attacco al mondo del lavoro attraverso la svalutazione dei diritti, del salario e del suo status politico e sociale come via per la crescita. Ancora una volta, quindi, una vertenza Fiat contribuisce a delineare il sistema Paese e, anche, da Pratola Serra passa un pezzo di questa discussione.

Generoso Bruno

foto di Davide Colella


14 aprile 2010

Vertenza Fma, nulla di nuovo sotto il sole.

Ancora a poche ore dall’incontro tra Fiat, governo e sindacati, le indiscrezioni trapelate già non promettevano svolte risolutive per la Fma ed il suo indotto. Nello stabilimento di Pratola Serra si continuerà con la produzione di propulsori per le medie e le alte cilindrate. Nulla di risolutivo, quindi, rispetto all’ultimo incontro. Anzi, Fiat, per bocca dell’Ingegner Rebaudengo, ha frenato “ogni soluzione incompatibile con la crisi globale”.

Come per il Duca d’Auge, quindi, dal torrione del suo castello, nei “Fiori blu” di Queneau, la “situazione storica” resta, al momento, per la Fma, ancora “poco chiara”.

Sono molte, infatti, le aziende, legate agli stabilimenti di Pratola Serra e di Pomigliano, che potrebbero subire aspre conseguenze dalle scelte in materia di strategia industriale che il 21 aprile il Lingotto potrebbe presentare. Solo in Irpinia, il 30% dell’attuale Pil riguarda l’automotive. Mettere in discussione la Fma o anche parte dell’indotto significa piegare, definitivamente, alla crisi il territorio di un’intera provincia. E, sommesso, se non muto, mi è parso il contributo del centrodestra che governa l’ente Provincia.



I volumi di produzione dello stabilimento di Pratola Serra, per il momento, saranno ancora legati, per le vetture del gruppo Fiat ai soli segmenti C e D, risultando, sulla base delle stesse previsioni del Lingotto, inferiori del 50% di quelli occorrenti alla saturazione dell’organico.

Gli impianti di Pratola Serra, a pieno regime, sono tarati per produrre 630 mila motori annui. Di media, negli ultimi dieci anni, ne hanno prodotti, annualmente, 520 mila. Oggi, in virtù di un massiccio ricorso alla cassa integrazione straordinaria - tre settimane al mese, fino al primo novembre 2010 – assistiamo ad una caduta verticale della produzione che, dopo l’ulteriore stretta che ha già segnato il 2008, si è attestata, per il 2009, sui 170 mila motori prodotti. Difficilmente quindi, anche un intervento Chrysler, inopportunamente propagandato su alcuni quotidiani, riuscirà a saturare la capacità produttiva dello stabilimento di Pratola Serra e, ancora adesso, non si conoscono, riguardo alla Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria, quali saranno le prospettive per i lavoratori. Nonostante ciò, qualche segnale, intervento pubblico e contratti di solidarietà, dall’incontro presso il Ministero dello Sviluppo Economico pur è arrivato.

Secondo il piano industriale presentato dalla Fiat il 22 dicembre 2009, a Pomigliano d’Arco si produrrà la carrozzeria della nuova versione della Panda. Alla Fma serve che il motore per la vettura di Pomigliano esca da Pratola Serra e che Fiat scelga ancora l’Irpinia per l’introduzione di nuove tecnologie per la produzione dei motori MULTI AIR. E’questa la scommessa che è giusto chiedere alla Fiat ma che né Marchiorre e né Rebaudengo sembrano voler ascoltare.

Altre soluzioni, scegliendo, oggi, di lasciare il futuro della Fma ancorato sui medesimi segmenti di produzione alle possibilità del mercato del dopo crisi, potrebbero significare, nel tempo, anche un progressivo disimpegno di Fiat dall’Irpinia e l’inevitabile, tragica, apertura di tanti “focolai” nell’indotto, l’inizio di una lunga ritirata. Basta che la Fiat decida di internalizzare alcuni servizi, anche nello stesso stabilimento della Fma, che già adesso gli oltre cento lavoratori della Astec non vedono futuro oltre il 2010. Per non dire della Logi Service, impegnata in subappalto, sempre a Pratola Serra, per la Ceva o della Asm di Pianodardine, azienda che si occupa di stampaggio lamiere, con centosettanta lavoratori. Donne ed uomini in carne ed ossa, come spesso si dice.

Non so se la politica conosce i volti di questi lavoratori e se può raccontare qualcheduna delle loro storie. So per certo che ad occuparsene dovrebbe essere il Partito Democratico. Così non è. Sia prima che dopo il congresso provinciale il tema del lavoro sembra non appartenere alle corde del Pd irpino. Era già il giovane Holden, nell’ultima frase del libro di Salinger, che, quasi come un ammonimento, ci avvertiva: “Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti”. Ebbene, in questo Pd, a queste latitudini, sono in troppi, nonostante gli esiti elettorali, a non sentire la mancanza di nessuno. Mi sembra giusto, però, che, adesso, siano altre donne ed altri uomini a riprendere il racconto.

Generoso Bruno

foto di Davide Colella


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