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Diario
 



19 febbraio 2013

Hirpinian young Turks on FT!

...The Democrats’ tricky balancing act will also have to be squared with the hopes of the party’s rank and file, and in Avellino expectations are running high. “Italy needs a new industrial policy,” says Generoso Bruno, a Democrat activist. “Either we let industry here in the south be a resource for the country, or this could be the beginning of the end.”

19/02/2013 - Financial Times


20 settembre 2012

Bruno(Pd) – “Serve un chiarimento sulle politiche industriali Fiat. Il governo faccia la sua parte”.

           

Non so - ma me lo auguro - se l’incontro previsto tra Mario Monti ed i vertici Fiat, dopo l’annuncio del ritiro del piano “Fabbrica Italia” possa contribuire a definire con la giusta precisione la strategia riguardante i siti produttivi italiani. Ricordo che, dall’annuncio di “Fabbrica Italia”, Marchionne ha chiuso già tre impianti: la Cnh di Imola, la Irisbus in Valle Ufita e Termini Imerese.

Da anni, da più parti, viene sollecitato un chiarimento sulle politiche industriali del gruppo del Lingotto, un’analisi capace di chiarire in questo tempo di crisi la mission produttiva degli stabilimenti, il mantenimento dei livelli occupazionali, i tempi, il tema della ricerca ed i nuovi modelli necessari al confronto con le attuali condizioni del mercato.

Occorre, quindi, un chiarimento sul rapporto tra Fiat e Paese consapevoli che, specie nelle realtà produttive del Mezzogiorno, un disimpegno della multinazionale torinese equivarrebbe a desertificare le speranze di ripresa per un’area fondamentale del Paese.

L’Irpinia è, quindi, solo a voler parlare degli impianti legati direttamente al gruppo, senza considerare gli indotti, con la FMA di Pratola Serra e con la Irisbus di Valle Ufita uno dei nodi da sciogliere nella discussione tra Fiat e governo.

Da una parte le possibilità del nuovo motore con basamento in alluminio che dalla fine del 2013 dovrebbe qualificare le produzioni a Pratola Serra che, se rivolto al mercato americano, potrebbe significare l’uscita dalla condizione attuale di cassa integrazione con appena 3 o 6 giorni di lavoro al mese. Dall’altra, invece, se l’opportunità del nuovo motore è solo sostitutiva dell’attuale 1800cc Euro5, con il permanere dell’attuale condizione del mercato, per l’impianto di Pratola Serra non potranno che essere confermati i focolai di crisi già preannunciati - oltre che dal ricorso alla cassa integrazione per evento improvviso ed imprevisto - dalla vertenza legata al mancato “insourcing” degli 86 lavoratori As.Tec che, nello stabilimento della FMA, come società esterna di servizi, per oltre dieci anni, si sono occupati di manutenzione, presettaggio e galleria tecnica.

Riguardo alla Irisbus, invece, resta indispensabile la volontà politica di investire nel settore strategico del trasporto pubblico e di costruire una migliore condizione di mercato per lo stabilimento ufitano. Da mesi si attende la convocazione del tavolo ministeriale dato, nell’incontro di fine luglio con il Presidente Caldoro, ormai per certo. Ma, dopo un anno di attesa per avviare una discussione col governatore della Regione Campania, non mi stupisce – purtroppo – che non sia stato ancora “socializzato” tra le parti presenti neppure il verbale di quella riunione.

Riguardo alla Irisbus, però, la certezza di un nuovo appuntamento ministeriale, è necessario – nello sviluppo dei tempi della vertenza – ad ottenere la garanzia per il secondo anno di cassa. Il governo ed il ministro Fornero devono chiarire, inoltre, se tra gli esodati c’è anche una “paccata” di tute blu della Irisbus; cosa non secondaria ai fini dell’ottenimento dell’ulteriore anno di cassa integrazione che potrebbe significare un recupero di tempo utile per intervenire in maniera organica sulle politiche per il trasporto pubblico urbano a cominciare dalle sorti della crisi degli unici due stabilimenti italiani che insistono su questo segmento produttivo: la Irisbus in Valle Ufita e la BredaMenarini a Bologna.


12 settembre 2012

Bruno (Pd): “Per la SAIRA anche la Regione Campania può fare la sua parte”.

“E’ utile organizzare una forte pressione sulla Regione Campania; i 56 lavoratori della SAIRA meritano una risposta. In questa vertenza, se pensiamo che due delle tre commesse garantite da Vetrella per sostenere l’uscita dalla crisi per la FIREMA, sono progettate proprio dal gruppo SAIRA, la Regione, può rivelarsi determinante.

Non è possibile immaginare, quindi, per il gruppo Tosoni, un arroccamento esclusivamente nella sua sede veronese; quello di Pianodardine è uno stabilimento che, nonostante la crisi di questi anni, ha continuato a produrre utili.

E’ inspiegabile, però, il comportamento della proprietà sia nei confronti delle maestranze irpine che nella mancata risoluzione dei problemi logistici legati ai capannoni industriali.

Sulla vicenda logistica, ormai, quelle di Tosoni appaiono scuse deboli.

Siamo di fronte non solo ad un impegno preso dall’ASI ma anche ad un altro garantito dalla stessa proprietà dell’attuale sito che ospita le lavorazioni della SAIRA. Esiste, quindi, una possibilità sia riguardo ad una nuova collocazione degli impianti nel nucleo industriale e sia la praticabilità di una dilazione nei pagamenti per le spettanze relative al fitto per l’attuale sito.

Sono fiducioso nel lavoro della Prefettura di Avellino per poter garantire un incontro che coinvolga direttamente la proprietà.

Occorre, però, che Tosoni si sieda al tavolo abbandonando il piglio “padronale” con cui in questi anni ha provato a gestire i rapporti con le maestranze e con le parti sociali, a cominciare dai 13 licenziamenti su cui sono in corso le cause per il reintegro. Richiamo l’azienda ad una vera responsabilità sociale. L’Irpinia non può essere solo terra di conquista quando conviene”.


7 marzo 2012

Tutti i figli di Sophie.

 

Erano i primi giorni di luglio, quando la Fiat, senza alcun preavviso, comunica l’intenzione di lasciare lo stabilimento in Valle Ufita abbandonando, di fatto, sul territorio nazionale, la produzione degli autobus. In pratica, dopo Imola e Termini Imerese, il Lingotto, con l’Irpinia, aveva deciso la chiusura del suo terzo stabilimento in Italia. Da alcune settimane, dall’intervista – lo scorso 24 febbraio - di Sergio Marchionne al Corriere della Sera, quando l’Ad di Fiat dichiara che se non dovessero funzionare le esportazioni verso gli Stati Uniti la Fiat potrebbe ritirarsi “da 2 siti dei 5 in attività” si è aperto l’interrogativo su quale dei suoi figli – per stare alla stessa citazione fatta da Marchionne in chiusura d’intervista – potrebbe cadere la scelta di Sophie.
E’ di avantieri, invece, la smentita del gruppo del Lingotto, confermata anche da una nota ufficiale del ministro Elsa Fornero, riguardo le intenzioni di Fiat di voler chiudere altri stabilimenti in Italia.
Una smentita secca, che ha provato a cancellare le ipotesi argomentate sia su Affari & Finanza, il supplemento economico di Repubblica, e sia sul giornale online Affaritaliani che, oltre all’analisi sull’attuale condizione del gruppo, pubblicava, credibilmente, un Product Plan “B” 2012-2016. Nella sostanza, a chiudere, nel piano “B” di Marchionne, sarebbero state Mirafiori e Pomigliano ed a farsi benedire, quindi, il sito di produzione più vicino al cervello torinese della multinazionale e tutta la retorica da neo-risorgimento, con il cuore già oltre la crisi, dello spot della nuova Panda di Pomigliano.
Non c’è motivo, al momento, di dubitare sulla bontà della smentita della Fiat e, neppure, sulle rassicurazioni del ministro Fornero affidate alla stampa solo dopo un’interlocuzione diretta con Sergio Marchionne e John Elkan ma, è già dallo scorso 24 febbraio, che, legittimamente, in Irpinia è opportuno porsi una domanda: Quanti sono i figli Sophie?
Nel romanzo di William Styron e nel film di Alan J. Pakula che, nel 1983, valse l’Oscar, come miglior attrice protagonista, a Meryl Streep, i figli di Sophie erano due e, di fronte alla drammatica scelta posta dall’ufficiale nazista, la madre, drammaticamente, decide, per poter salvare se stessa e l’altro dei suoi figli, di abbandonare, alla morte, la figlioletta.
Riguardo agli stabilimenti Fiat in Italia, invece, né nell’intervista di Marchionne al Corriere della Sera e, tampoco, in qualcuna delle analisi, successivamente, proposte dalla stampa in merito ai piani del Lingotto si fa menzione dell’Irpinia e del sito produttivo della FMA o delle sorti delle oltre duemila unità, tra occupati diretti ed indiretti, che il sito di Pratola Serra accoglie.
I posti di lavoro persi, alla FMA, dall’inizio della crisi hanno già superato le centocinquanta unità e, attualmente, anche il 2012 sarà, per evento improvviso ed imprevisto, un anno di cassa integrazione, è, per il 2013, ma l’ufficialità è stata demandata solo ad una corrispondenza tra Sergio Marchionne ed Emma Marcegaglia, la messa in produzione, per l’Alfa Romeo, di un nuovo motore a benzina a iniezione diretta, sostitutivo dell’attuale 1800cc Euro5.
Quindi, soprattutto per la FMA - che produce per il gruppo Fiat i motori del segmento medio/alto - restano centrali alcuni degli interrogativi di fondo riguardanti le prospettive del progetto “Fabbrica Italia” a cominciare dal tema del piano industriale – siti, produzioni e modelli - su cui, dal 2010, era previsto un investimento di almeno venti miliardi di euro.
Aldilà delle smentite esiste una grande preoccupazione sul futuro degli stabilimenti Fiat oltre che, più in generale, la necessità che questo governo assuma un’iniziativa, sul terreno delle politiche industriali, capace di offrire un sostegno adeguato alla nostra manifattura.
Al parlamento, invece, il compito di correggere anche l’art 8 del Decreto di Ferragosto. A cominciare dal nodo sindacale, invece, specialmente se a funzionare sarà l’endorsement di Sergio Marchiorre per Alberto Bombassei, con una Confindustria a trazione Fiat-Chrysler, potrebbero essere tempi duri per tutti, e non solo per i figli di Sophie.
 
Generoso Bruno


26 febbraio 2012

L’articolo 18 e l’ideologia della crisi.

“E’ la crisi bellezza”. E’questo, più o meno, quello che da un po’ di tempo in Italia ci sentiamo ripetere ad ogni piè sospinto. Da poco più di cento giorni, da quando, cioè, è entrato in carica il governo Monti avviene, almeno, senza le negazioni o le smentite che, per anni, hanno caratterizzato le dichiarazioni di Berlusconi e dei suoi ministri. La crisi dell’Europa in recessione che lascia, in Italia, centinaia di piccole e medie imprese senza lavoro e senza credito, è sentita in maniera deflagrante dalle nostre famiglie; la paura, il calo dei consumi e la difficoltà, specialmente per donne e giovani, nell’accesso al lavoro sono i tratti distintivi ed immediatamente percepibili della fase. Occorre, dunque, poter lavorare sulla crescita. Le liberalizzazioni, il taglio dei legacci che tengono troppo fermi interi settori della vita economica del Paese, sono quantomeno necessarie e dovrebbero costituire la prima gamba dell’intervento. L’altra, invece, riguarda, o, almeno, dovrebbe riguardare, la centralità delle politiche per il lavoro, quello vero, quello che non c’è, quello per le donne e gli uomini in carne e ossa.

La risposta dei “tecnici” per i paesi dell’eurozona, invece, ha trovato la sua sostanza in un intervento, massiccio, in favore delle banche e della finanza. La crisi, ormai, sembra quasi affermarsi come momento “costituente” dell’unità delle politiche continentali che, da stato di eccezione, tracimando il dato economico, invade le nostre vite e diviene regola.
La crisi, come debito infinito ed inestinguibile dalle risposte, per i singoli individui e per i popoli interi, non meno doverose ed onerose, si sta autodeterminando come vera e propria metafisica della modernità.
E’ qui, è in questo momento, che la risposta alla crisi, nella sublimazione della sua componente tecnica ed economicista, si fa ideologia.
E’ proprio la centralità della finanza, infatti, a caratterizzare le politiche dell’attuale fase costituente dove, su base continentale, sia la riforma del mercato del lavoro varata dalle destre in Spagna e sia la querelle sull’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori in Italia sono le spie che segnalano la volontà al ridimensionamento dell’intero sistema sociale europeo e, come chiaramente a partire dal caso Fiat sta avvenendo in Italia, delle organizzazioni che rappresentano la difesa dei diritti dei lavoratori.
E’ questa e non altra la principale tensione, con i relativi posizionamenti nazionali e territoriali, che, in questi giorni, sta attraversando il Partito Democratico.
Anche per questo, arriverà il momento della chiarezza. Al momento - diversamente da come muove Ricciardi nel suo contributo al Corriere - sono del parere che bisogna “stare sul pezzo” e dire le cose per come stanno: il Pd difende l’articolo 18 e lavora ad una riforma del mercato del lavoro come momento condiviso del rapporto tra governo e parti sociali.
Ritengo pericolosa la contrapposizione tra le generazioni, tra presunti garantiti e generazioni invisibili nonché socialmente e culturalmente disgregante l’idea che per riconoscere nuovi diritti a qualcuno si debba toglierli a qualcun altro.  
L’articolo 18, contrariamente a quanto affermato anche da Marchionne, non frena né gli investimenti e né le assunzioni. L’articolo 18 è un diritto che si applica nelle aziende con più di quindici dipendenti e dice, semplicemente, che se un lavoratore viene licenziato, senza giusta causa, deve poter riprendere il suo posto di lavoro.
E’, quindi, un fatto di dignità. Come di dignità ci parla pure la vicenda di Barozzino, Lamorte e Pignatelli, i tre operai della Fiat di Melfi.
La sentenza favorevole al reintegro più che sull’articolo 18, è basata, in questo caso, sui comportamenti antisindacali dell’azienda e contribuisce a smontare, sottraendone la pietra angolare, l’architettura su lavoro, diritti e relazioni sindacali, che Marchionne e la Fiat hanno costruito nei passaggi referendari di Pomigliano e di Mirafiori ma che solo a voler considerare il tema della successione ad Emma Marcegaglia alla guida di Confindustria sono rivelatori della permeabilità del sistema Italia alle scelte del Lingotto.
Per il Partito Democratico, invece, cresce la necessità di una più forte definizione di senso. Per quello che mi riguarda, è chiaro, già oggi, da quale parte stare.
 
Generoso Bruno

 


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