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Diario
 



29 novembre 2012

Se ventimila voti vi sembran pochi.

I progressisti, l’Irpinia e la buona politica.

Ventimila voti, in Irpinia, alle primarie del centrosinistra non sono pochi. Non sono pochi in un clima generale di astensionismo, sfiducia e antipolitica. Non sono pochi in un territorio che, più di altri, sta pagando un prezzo considerevole alla crisi economica e al deficit di classi dirigenti. Tremila voti, ad Avellino, alle primarie del centrosinistra, non sono pochi per una città che vede a rischio lo status e le funzioni di capoluogo. Tremila voti, probabilmente, non sono neanche pochi in una città che ha visto le dimissioni del proprio sindaco per la smania di una candidatura in un momento in cui, responsabilmente, si sarebbe dovuto fare altro. Molto altro. Ventimila voti, in sintesi, straordinariamente, inutili a registrare il peso degli “apparati” o, peggio ancora, la vischiosità della mistura di notabilato e potentati locali. Alle primarie, sono convinto, ha votato, esattamente, chi voleva votare. Tutti quelli che intendono misurare nel voto per la scelta della premiership del centrosinistra: movimenti, assetti ed equilibri, candidature e conte congressuali, semplicemente, sbagliano. La sola cosa a cui questi ventimila voti servono, per fortuna, è la politica.

In Irpinia, Bersani è al 50% e Renzi al ventisei. Credo sia sufficientemente chiara la possibilità che anche in Irpinia, nel secondo turno delle primarie, i sostenitori di Nichi Vendola – 20% - hanno di poter contribuire a definire il campo largo dei progressisti e la qualità della proposta politica.

Domenica siamo chiamati a decidere chi e, soprattutto, come si riuscirà a guadagnare l’uscita dalla crisi. Con la nuova “terza via” di Matteo Renzi – da un sindaco mi sarei aspettato uno sforzo migliore; almeno, sulla “toponomastica” - in piena continuità con le ricette d’impianto neo-liberista dell’ultimo trentennio o con Pier Luigi Bersani che, alla durezza della questione sociale, con la riorganizzazione del campo europeo dei progressisti – da Hollande ai socialdemocratici tedeschi - oppone una linea che ha il suo fulcro nella ricerca di un’alternativa politica di sviluppo e di lotta alle diseguaglianze. E’ nella terra dove, per effetto di tagli lineari, i tribunali e gli ospedali chiudono; dove i lavoratori forestali da più di un anno sono senza stipendio che c’è bisogno dei progressisti.

E’ in Irpinia, dove con le grandi fabbriche  – Fma – in cassa integrazione, si lavora per appena tre giorni al mese e dove, con la Irisbus, chiude l’unico stabilimento italiano legato alla produzione degli autobus per il trasporto pubblico, che c’è bisogno di Bersani.

E’ anche da qui, con Bersani e i progressisti, che passa la costruzione di un nuovo Mezzogiorno capace di guadagnare un'Europa che, oltre alla politica di tagli alla spesa pubblica e avanzi primari, è capace di fissare il nesso tra equità, coesione, sviluppo, lavoro e nuove generazioni. Chiunque, su questo voto, intenda misurare altro non solo è in malafede ma fa un danno al centrosinistra ed alla stessa possibilità che queste primarie possano rappresentare il tentativo di riconquista del Paese alla buona politica.


26 febbraio 2012

L’articolo 18 e l’ideologia della crisi.

“E’ la crisi bellezza”. E’questo, più o meno, quello che da un po’ di tempo in Italia ci sentiamo ripetere ad ogni piè sospinto. Da poco più di cento giorni, da quando, cioè, è entrato in carica il governo Monti avviene, almeno, senza le negazioni o le smentite che, per anni, hanno caratterizzato le dichiarazioni di Berlusconi e dei suoi ministri. La crisi dell’Europa in recessione che lascia, in Italia, centinaia di piccole e medie imprese senza lavoro e senza credito, è sentita in maniera deflagrante dalle nostre famiglie; la paura, il calo dei consumi e la difficoltà, specialmente per donne e giovani, nell’accesso al lavoro sono i tratti distintivi ed immediatamente percepibili della fase. Occorre, dunque, poter lavorare sulla crescita. Le liberalizzazioni, il taglio dei legacci che tengono troppo fermi interi settori della vita economica del Paese, sono quantomeno necessarie e dovrebbero costituire la prima gamba dell’intervento. L’altra, invece, riguarda, o, almeno, dovrebbe riguardare, la centralità delle politiche per il lavoro, quello vero, quello che non c’è, quello per le donne e gli uomini in carne e ossa.

La risposta dei “tecnici” per i paesi dell’eurozona, invece, ha trovato la sua sostanza in un intervento, massiccio, in favore delle banche e della finanza. La crisi, ormai, sembra quasi affermarsi come momento “costituente” dell’unità delle politiche continentali che, da stato di eccezione, tracimando il dato economico, invade le nostre vite e diviene regola.
La crisi, come debito infinito ed inestinguibile dalle risposte, per i singoli individui e per i popoli interi, non meno doverose ed onerose, si sta autodeterminando come vera e propria metafisica della modernità.
E’ qui, è in questo momento, che la risposta alla crisi, nella sublimazione della sua componente tecnica ed economicista, si fa ideologia.
E’ proprio la centralità della finanza, infatti, a caratterizzare le politiche dell’attuale fase costituente dove, su base continentale, sia la riforma del mercato del lavoro varata dalle destre in Spagna e sia la querelle sull’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori in Italia sono le spie che segnalano la volontà al ridimensionamento dell’intero sistema sociale europeo e, come chiaramente a partire dal caso Fiat sta avvenendo in Italia, delle organizzazioni che rappresentano la difesa dei diritti dei lavoratori.
E’ questa e non altra la principale tensione, con i relativi posizionamenti nazionali e territoriali, che, in questi giorni, sta attraversando il Partito Democratico.
Anche per questo, arriverà il momento della chiarezza. Al momento - diversamente da come muove Ricciardi nel suo contributo al Corriere - sono del parere che bisogna “stare sul pezzo” e dire le cose per come stanno: il Pd difende l’articolo 18 e lavora ad una riforma del mercato del lavoro come momento condiviso del rapporto tra governo e parti sociali.
Ritengo pericolosa la contrapposizione tra le generazioni, tra presunti garantiti e generazioni invisibili nonché socialmente e culturalmente disgregante l’idea che per riconoscere nuovi diritti a qualcuno si debba toglierli a qualcun altro.  
L’articolo 18, contrariamente a quanto affermato anche da Marchionne, non frena né gli investimenti e né le assunzioni. L’articolo 18 è un diritto che si applica nelle aziende con più di quindici dipendenti e dice, semplicemente, che se un lavoratore viene licenziato, senza giusta causa, deve poter riprendere il suo posto di lavoro.
E’, quindi, un fatto di dignità. Come di dignità ci parla pure la vicenda di Barozzino, Lamorte e Pignatelli, i tre operai della Fiat di Melfi.
La sentenza favorevole al reintegro più che sull’articolo 18, è basata, in questo caso, sui comportamenti antisindacali dell’azienda e contribuisce a smontare, sottraendone la pietra angolare, l’architettura su lavoro, diritti e relazioni sindacali, che Marchionne e la Fiat hanno costruito nei passaggi referendari di Pomigliano e di Mirafiori ma che solo a voler considerare il tema della successione ad Emma Marcegaglia alla guida di Confindustria sono rivelatori della permeabilità del sistema Italia alle scelte del Lingotto.
Per il Partito Democratico, invece, cresce la necessità di una più forte definizione di senso. Per quello che mi riguarda, è chiaro, già oggi, da quale parte stare.
 
Generoso Bruno

 


12 gennaio 2011

La zona rossa della fiction.

Il 2010 ha lasciato, almeno, una buona notizia. Dietro i “book-blok”, gli scudi in gommapiuma con i titoli dei libri, dei cortei studenteschi, è in campo una nuova generazione che pone alla politica e non solo una radicale domanda di futuro. Una generazione che, faticando ad essere ciò che è, forse, riprende a desiderare di diventare altro rispetto al disegno che politica e potere hanno sin qui determinato.

Si spiega così, nella percezione di una precarietà, di fatto, esistenziale il voler saldare la lotta alla Legge Gelmini alle rivendicazioni su lavoro e diritti mosse dalla Fiom in un Paese in cui i lavoratori, quelli della chimica ad esempio, si dividono tra quelli che occupano l’Asinara, l’isola dei cassintegrati, o quelli che, né più né meno come i migranti di Brescia, non certo per tentare l’assalto al cielo, sono, come anche gli studenti sui tetti delle università, sulla gru a Porto Marghera.
 
 
La politica, però, non solo, per i motivi più ovvi, le forze al governo, ha una difficoltà, vera, nella costruzione di un’interfaccia con le ragioni di questo movimento e la sua domanda di cambiamento. Da una parte c’è, finalmente, la radicalità di una generazione e dall’altra, invece, le scelte di fondo, strutturali, che in ogni parte d’Europa i governi hanno voluto, potuto e, forse, dovuto costruire. C’è un filo rosso che ha unito le manifestazioni italiane a quelle di Londra, di Atene o a quelle francesi d’inizio autunno e l'accrescersi della distanza tra ricchezza e povertà e la negazione stessa del futuro della società sono pure le cause scatenanti delle rivolte in Tunisia, Algeria ed in tutta l'area del Maghreb.
 
Un legame che si pone oltre ogni elemento, in Europa, anche di segno “estetico” - gli scudi con i titoli dei libri o l’assedio dei palazzi - ma che si fonda, più in generale, sulla sensazione di un’intera generazione che si sente strappare il futuro dalle proprie stesse carni.
 
In piazza, in tutte le piazze, c’è quindi l’interrogativo di chi, di fronte a sé, percepisce una prospettiva di vita non più sostenuta dai diritti e dalle tutele delle generazioni dei propri padri. Nell’Europa della moneta unica è, quindi, in via di formazione una nuova cittadinanza europea che, muovendo dalla crisi stessa, non trova più sufficienti le risposte dei singoli stati nazionali. Se è la crisi, però, a generare cittadinanza ci troviamo di fronte, in maniera paradossale, al rovesciamento della polis in cui politiche liberiste ed antipopolari, mediante l’incremento dei livelli di esclusione, finiscono con il determinare, definitivamente, un confine, una linea di limes, tra un dentro ed un fuori.
 
E’ nell’evidenza di questa separatezza, tra politica e realtà, che si consuma, come nel 2001 a Genova, “l’assedio” alla “zona rossa” o al Palazzo, a Roma il 14 dicembre scorso o, qualche mese fa, a Napoli, dei cittadini irpini, non ricevuti da Caldoro, contro la soppressione degli ospedali di Bisaccia e Sant’Angelo dei Lombardi.
 
Nel migliore dei casi, come a Napoli, il Palazzo resta chiuso. Sempre più spesso, invece, la risposta ottenuta riduce l’emergenza sociale ad una questione di ordine pubblico. In ogni caso appare manifesta l’incapacità politica di ascolto e di sintonia con il Paese reale, limitando, in questo modo, il dibattito politico a crescere solo su se stesso, complice, sia nella causa che nell’effetto, una legge elettorale che, non consentendo la scelta degli eletti, isola Palazzo e classi dirigenti.
 
Il senso dell’alternativa al berlusconismo, lo ricordi innanzitutto il Pd, passa anche per questi interrogativi. Eluderli significherebbe consegnare la politica agli “Scilipoti” ed alla fiction di Palazzo. Anche per questo, Gasparri mi dia pure del terrorista, il quattordici dicembre ero alla manifestazione di Roma.

Generoso Bruno


25 ottobre 2010

Il furto delle parole al tempo della crisi.

Può non piacere, ma il 16 ottobre, a Roma, c’era un popolo che nelle sue parole – lavoro, diritti, democrazia, legalità e contratto – insieme alla Fiom, ha provato a rilanciare il tema dell’alternativa. E’su quelle parole, quindi, insieme a molte altre, che bisognerà misurare il tema del cambiamento e l’uscita dal berlusconismo.

“Le parole sono importanti”, ricordava Nanni Moretti in uno dei suoi film e la crisi delle sinistre e delle socialdemocrazie europee, la subalternità ideologica, della sinistra e dei suoi leader, all’idea di società che le stesse politiche neoliberiste andavano strutturando, è confermata dall’eviscerazione, dallo svuotamento di senso, di molte delle sue parole. Da troppo tempo, purtroppo, il tema della modernità ha finito con il coincidere con politiche di compressione e di riduzione dei diritti.

E’ di questi giorni, in Francia, il tentativo sarkozista di “riforma” delle pensioni. Ancora una volta, quindi, è con l’uso della parola “riforma” che viene annunciata e promossa l’ennesima aggressione al modello di civiltà europeo.
 
Roma, 16 ottobre 2010 - Foto di Giovanni Rosato.
Roma, 16 ottobre 2010 (foto di Giovanni Rosato).
 
Il capovolgimento semantico di molte delle parole di progresso ha fatto assumere pensieri e caratteristiche, diversi ed opposte, ai suoni del linguaggio, individuando, così, per il logos,una nuova “differenza” ed un’altra realtà specifica.
 
L’assenza delle parole, la mancanza di un lessico, ha, quasi, generato, a sinistra, quindi, la fine di una narrazione e l’abbandono di una speranza.
E’questo il motivo per il quale proteggo, anche nella loro “parzialità” e nella loro “tematicità”, le parole della piazza dei metalmeccanici della Cgil.
 
Per tutti questi anni, la spoliazione del lessico, il rovesciamento di senso delle parole, la sostanziale assunzione, a sinistra, dei modelli economico-sociali dominanti ha contribuito, nella mutazione del lavoro e nel ripiegamento difensivo, ormai trentennale, dei conflitti, a far identificare, purtroppo, come “conservatrici” quelle condotte sindacali che hanno provato a fare argine all’onda liberista.
 
Troppo spesso, nella temperie della crisi delle socialdemocrazie europee, il centrosinistra, pur cogliendo le modificazioni e le alterazioni della natura del lavoro e delle strutture economiche, si è trovato nell’incapacità a proporre programmi politici adeguati al livello delle trasformazioni delle strutture produttive misurando, quasi, la capacità della leadership in base al grado di rottura con il fronte sindacale e con le culture politiche del novecento.
 
Il Partito Democratico, però, non può rinunciare ad essere elaborazione di una nuova cultura politica che non può non trovare nel lavoro un tema ed un profilo identitario. Specialmente oggi, quando chi rappresenta il lavoro è diviso, una “declinazione autonoma” del Pd è utile ad aprire il dialogo sul tema dell’unità sindacale e sulla qualità del profilo dell’alternativa a Berlusconi.
 
E’ inaccettabile, nelle fila dei democratici, il gioco di sponda, tutto ad uso interno, costruito sulle divisioni del sindacato ed ancor di più l’accettazione del paradigma del conflitto tra le generazioni, tra presunti garantiti ed invisibili, tra ipotetici nord ed altrettanto ipotetici sud, secondo cui occorre togliere qualcosa a qualcuno per consegnarla a qualcun altro. Il Pd, invece, ha il compito di ricucire, provando ad unire dove altri dividono, le distanze tra gli interessi sociali ed economici mortificati ed isolati dalla sofferenza della crisi attuale.
E’ questa l’unica via per uscire dal berlusconismo e restituire futuro al Paese.
 

Generoso Bruno


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