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Diario
 



25 luglio 2011

Un destino in bilico tra luoghi e flussi.

Sin dall’annuncio della cessione dello stabilimento Irisbus in Valle Ufita, l’unica via di salvezza è apparsa, oltre alla mobilitazione delle istituzioni locali e regionali, quella di inquadrare la vertenza su un piano nazionale capace di intervenire nei rapporti tra Fiat e Paese, tra governo e scelte di pianificazione nazionale del trasporto pubblico urbano, tra regioni, titolari, con le loro aziende, del trasporto pubblico e sblocco dei fondi utili al rinnovo dei parchi autobus a cominciare dalla finalizzazione di una parte dei fondi FAS.

E’ evidente che, all’interno della vertenza Irisbus, rimane centrale il ruolo del governo. Ci sono due limiti. Il primo, strettamente di segno politico. In nessuna delle vertenze approdate, sin qui, ad un tavolo nazionale, il governo Berlusconi, all’interno di un possibile quadro delle compatibilità, ha scelto di svolgere un ruolo di mediazione tra gli interessi del lavoro e dei territori e quelli delle imprese; accettando, quasi ideologicamente, direi, che fosse, con buona pace dei lavoratori e delle comunità, esclusivamente, il mercato a definire le possibilità e le compatibilità.

Il secondo, invece, riguarda, strettamente, la fase politica. L’attuale clima di smobilitazione, dovuta alla chiusura di questo disgraziatissimo ciclo politico, potrebbe intaccare, più di ogni altro elemento, la credibilità e l’autorevolezza di un intervento, qualora vi fosse.

In questo quadro, potrebbe, se verificata, essere utile la volontà, espressa da ambienti vicini al Presidente della Camera dei Deputati, dell’iscrizione, tra gli argomenti all’ordine del giorno, nell’aula di Montecitorio, della vertenza Irisbus. Come Partito Democratico, Pier Luigi Bersani in testa, siamo pronti.
 
E’ nell’interesse del Paese che la produzione di autobus urbani non lasci la Valle Ufita e, quindi, l’Italia ed è sempre nell’interesse nazionale che Fiat non abbandoni, progressivamente, il Mezzogiorno. Un forte mandato parlamentare, su questo punto, potrebbe ancorare e rafforzare la “mission” dell’esecutivo di governo ad operare in uno schema, auspicato, di risoluzione.
 
C’è bisogno di un governo capace, all’interno di questa crisi, di assumere, contrariamente a quanto fatto sin’ora, in decine di altre vertenze industriali, un ruolo che sia effettivamente di “responsabilità nazionale”. Abbiamo bisogno di un governo che dica cose diverse da quelle già dette, sempre con Fiat, sulla vicenda di Termini Imerese.
 
Nell’economia globalizzata, le crisi industriali, con sempre maggior stridore, contrappongono i luoghi, quindi i territori e le comunità, ai flussi dell’economia e degli investimenti. Non è secondario, quindi, che in questo schema, sulla questione Irisbus, nella difesa delle opportunità produttive e di crescita di un territorio, il Patto per lo sviluppo riesca a tenere legate assieme sia le organizzazioni sindacali che Confindustria e le organizzazioni datoriali.
 
Più claudicante, a cominciare da quello dei sette deputati irpini del Pdl, appare il contributo della politica. Soggiacente, come ideologia, al mercato e quindi non più abituata ad operare tra gli interessi del lavoro, dei territori e dell’impresa e, per legge elettorale, non più legata al territorio ma alla fedeltà a chi sceglie sulle liste elettorali. La politica esce, letteralmente, macinata dalla partita globale tra flussi e luoghi. Ideologicamente subordinata a chi governa i flussi e non più neppure veramente espressione dei luoghi.
 
La soluzione per l’Irisbus impone, alla politica, un ruolo, necessariamente, altro. Per una volta, quindi, i “sette”, abbiano la forza di preferire, alle “ragioni del capo”, quelle dei luoghi, delle comunità e del territorio.
 
Generoso Bruno
 

Foto di Enrico De Napoli


22 agosto 2010

Democratici, l’unità e l’alternativa.

L’estate, oltre che con la consueta fiumana di automobili sulla Salerno Reggio Calabria, si chiude con la presentazione dei cinque punti di Berlusconi. Il governo, sono convinto, troverà, nonostante l’impegno del premier per un rapido ricorso alle urne, la fiducia delle Camere. Nonostante il tono della conferenza stampa dell’altro giorno e la possibile, non risicata, maggioranza parlamentare, quella che potrebbe aprirsi per Berlusconi, il Pdl ed i finiani, se non la profezia, la scadenza naturale della legislatura, espressa da Gianfranco Rotondi, è la fase, quanto lunga è ancora da verificare, di una tregua armata con Berlusconi condannato, suo malgrado, al governo e quegli altri a sostenerlo. Con la novità, dopo la cacciata di Fini dal predellino, che governare significherà doversi misurare con la necessità dell’accordo tra poteri ed interessi diversi, assecondando il gioco delle mediazioni e dei compromessi di una politica di manovra. Esattamente quello che Berlusconi non sa o, pena la sua “riduzione alla normalità”, non può concedere. Presto o tardi, dunque, è solo questione di tempo, si aprirà, formalmente, la definitiva crisi di governo in una modalità inedita ed attualmente poco prevedibile. Si allontana però, almeno per un po’, certamente non in autunno, lo spettro di una campagna elettorale che, più che il Paese, la crisi - quella vera - i bisogni e le aspettative degli italiani avrebbe avuto come unico quesito, quasi di tipo referendario, Berlusconi stesso e, ancora una volta, la “divisione del mondo in pecore bianche e pecore nere, in buoni - dei quali, ovviamente, il Cavaliere fa parte - e cattivi” provando, quindi, in questa maniera, a ri-conquistare cittadini ed elettori a politiche che, come un tempo avrebbero detto a Francoforte, “contrastano con i loro interessi razionali”. Le discussioni estive, nonostante la calma ed il profilo basso scelti da Bersani, hanno confermato un dibattito politico che tende, nel migliore dei casi, a crescere solo su se stesso ed a ridursi ad un insieme di formule a conferma, come scrive Christopher Lash, della “insularità” delle “classi parlanti” cioè dell’avvenuta perdita di contatto tra politica e realtà. E’ la stessa crisi, aperta e sviluppata sopra un piano altro rispetto ai processi economici e sociali – un meridionale su tre è a rischio povertà – a muoversi all’interno di questo contesto di separatezza contribuendo, anche mediante le sue stesse modalità di sviluppo, ad acuire, pericolosamente, questa divaricazione.

Si percepisce, ad ogni livello, la difficoltà dell’attuale fase politica. La crescita della disoccupazione, lo stallo dei mercati interni, la diminuzione del potere d’acquisto sono il prezzo che il Paese paga anche per la rottura degli equilibri interni alla maggioranza. Non sono, pertanto, rimasto affascinato dalle alchimie del dibattito di ferragosto sull’eventuale tipologia del governo da offrire al Paese una volta conclamata la crisi di quello attuale. Di transizione, di liberazione, di salute pubblica o di salvezza nazionale che sia; sono tutte formule che nel loro politicismo e nella loro, più o meno variabile, geometria eludono la sostanza del problema. La costruzione dell’alternativa a Berlusconi ed al berlusconismo. L’attuale crisi di sistema, che comincia ad intravedersi, potrebbe arrivare a trovare definizione all’interno di un lungo percorso di debilitante logoramento della società italiana per come, questa, si è determinata durante l’arco degli ultimi venti anni. Nonostante il tentativo di Giorgio Napolitano di ricondurre il dibattito all’interno della regola costituzionale e nella prassi parlamentare – l’eventuale ritorno alle urne lo decide il Presidente della Repubblica dopo aver constatato l’impossibilità di altre maggioranze parlamentari – è risultato ancora più evidente, quanto, in questi anni, la costituzione materiale sia riuscita a piegare la Carta fondamentale. Già per i governi Dini e D’Alema non fu risparmiato l’uso della parola “golpe”. Ritengo, quindi, davvero difficile uno scenario parlamentare che duri oltre il tempo di questo governo, anche se a fare da collante politico per una quantomeno composita maggioranza dovesse esserci la sola, necessaria, riforma elettorale. Bersani, con la mobilitazione “porta a porta” del Partito Democratico, chiama il centrosinistra ad una grande battaglia di democrazia a cui i territori non possono sottrarsi, scommettendo sul fatto che la società italiana, in sé stessa, ha la forza e la qualità per battere Berlusconi e questa destra. La precondizione resta, però, l’unità dei democratici. In Irpinia, ciò che non ha potuto l’ultima assemblea congressuale potrà ottenerlo l’asprezza della fase attuale? Spero che il gruppo dirigente non voglia rimarcare, ancora una volta, il suo isolamento da una parte consistente del Pd, la stessa che, fortunatamente, per l’intero Partito Democratico, alle passate elezioni, ha avuto il merito di riuscire ad eleggere il Consigliere regionale. Quella stessa per cui Lombardi, mi si perdoni la battuta, viene da Ponsacco e non da Cervinara.

 Generoso Bruno


21 giugno 2010

Genova 2001. Nulla di fisiologico.

Gianni De Gennaro, capo della Polizia durante i giorni del G8 di Genova, è stato condannato ad un anno e quattro mesi, per istigazione alla falsa testimonianza. Oggi De Gennaro, attuale Direttore del Dipartimento informazioni per la sicurezza, fino alla sentenza di Cassazione, potrebbe anche non dimettersi. Preferirei, invece, che lo facesse. Il capo della Polizia, agli occhi dei cittadini, non può apparire come un mentitore. E, di menzogne, sui fatti del G8 Genova, se ne sono dette anche troppe.



Oggi, la condanna di De Gennaro, sommata a quelle degli altri funzionari della catena di comando, restituisce, dopo nove anni, una più giusta chiave interpretativa. Non solo, quindi, singole responsabilità degli esecutori, dei “garzoni di macelleria”, ma, la catena di comando, le sue responsabilità, i suoi meccanismi di autoprotezione. A Genova, in quei giorni, al di qua dei dieci varchi e delle duecentoquarantaquattro grate della zona rossa, abbiamo assistito, per davvero, alla sospensione della democrazia e del diritto. Manganelli, l’attuale capo della Polizia, il mese scorso in visita ad Avellino, durante un incontro, parlando anche di G8, pur ritenendo certi eccessi riprovevoli, arrivò a qualificare come “fisiologico”, “ogni atto che fuoriesce dall’ordinario svolgimento dell’attività”. Mi dispiace, ma a Genova, alla Diaz, non fu così. Non ci fu nulla di “fisiologico”. Fu una mattanza. Il blitz non ebbe mai alcuna autorizzazione preventiva dalla magistratura e molto ruota attorno all’introduzione, successiva all’irruzione, di due bottiglie motolov, al fine di ricostruire una plausibile “scena del crimine” e giustificare l’assalto di centinaia di agenti “caricati a molla”, dopati, dalla falsa notizia dell’uccisione di un collega.
La tortura, la cattiveria, la brutalità, la privazione di cibo, acqua e cure mediche, le ossa rotte dalle bastonate, gli schizzi di sangue sui muri, sui pavimenti, sugli spigoli dei termosifoni, i denti fatti saltare sui gradini, i corpi denudati, perquisiti, colpiti, martoriati, costretti per ore all’immobilità, gli sputi, la prigionia come degradazione al non-umano. Queste – dottor Manganelli - non sono le “smagliature” di cui racconta nei suoi convegni. Queste non sono, solamente, le responsabilità da mettere in conto a singoli appartenenti alle forze dell’ordine. La scuola Diaz e ciò che è avvenuto nella caserma di Polizia di Bolzaneto, sono il prodotto di un clima, in quei giorni, costruito ad arte. Prepararsi al possibile lancio di sacchi di sangue infetto sui poliziotti. Erano queste le cose che venivano raccontate agli agenti che avrebbero dovuto affrontare il servizio in strada. Erano queste, insieme a molte altre, le parole che servirono, non senza colpe della politica, a costruire quella montante strategia della tensione.



Quel clima, la “macelleria messicana”, non avrebbe mai potuto determinarsi, però, senza l’opportuna copertura politica del centrodestra e, in una fase successiva, quella relativa all’affossamento della proposta della Commissione parlamentare d’inchiesta, anche del centrosinistra e del governo Prodi. Non sapremo mai, quindi, probabilmente, perché non fu Scajola, allora Ministro dell’Interno, a seguire le operazioni, presso le sale operative della Questura e dei Carabinieri ma, invece, Gianfranco Fini ed altri suoi quattro parlamentari; e, forse, mai verremo a conoscenza dell’identità dell’esponente del governo che fece visita, in piena notte, complimentandosi con gli aguzzini, alla caserma di Bolzaneto. So, solamente, che arrivammo a Genova, per dichiarare che un altro mondo era ancora possibile. Qualcun altro, invece, decise di vincere, “per uno a zero”, una partita a cui nessuno di noi avrebbe mai voluto giocare.

Generoso Bruno


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