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16 settembre 2012

Bruno (Pd): Quale Irpinia dopo la fine di Fabbrica Italia?

Da due giorni Sergio Marchionne ha annunciato il ritiro del programma “Fabbrica Italia”.  I segnali dei mesi passati, però, agli occhi degli osservatori c’erano già tutti: calo delle vendite, costi della crisi scaricati sulle aziende di servizio come per l’As.Tec  nello stabilimento di Pratola Sera, nessun impegno, oltre a quello della chiusura, confermato per la Irisbus e la speranza di ripresa per la Fma legata esclusivamente al nuovo motore con basamento in alluminio per la fine del 2013, si spera, per il mercato americano.

Tutto questo in uno scenario in cui proprio sulla promessa degli investimenti ipotizzati nel piano “Fabbrica Italia”, con i referendum di Pomigliano e Mirafiori è stata non solo fiaccata e compromessa l’unità sindacale ma, colpevolmente, invece, con il meccanismo delle “newco”, si è prodotto il tentativo di allontanare dalla fabbrica i metalmeccanici della FIOM – CGIL.

In queste ore, il governo, nelle dichiarazioni di alcuni suoi ministri – Fornero e Passera – provano a metterci una pezza. E’ evidente, però, che non basta. Serve, con la Fiat, un confronto vero relativamente al rapporto tra il gruppo del Lingotto ed il Paese e la possibilità della chiusura di un ulteriore stabilimento – il quarto, dopo la Irisbus di Valle Ufita, la Cnh di Imola e quello di Termini Imerese -  certamente non aiuta.

Siamo al punto in cui, in Italia, occorre chiarezza sull’intera partita legata all’intera organizzazione economica. Le oltre 150 vertenze dei tavoli aperti al Mise e quello che è avvenuto nei mesi scorsi per l’Ilva di Taranto e l’Alcoa in Sardegna ci raccontano dell’assenza di una politica industriale per il Paese. Pena l’erosione delle basi produttive nazionali ed il deserto per l’intero Mezzogiorno che, muovendo poco intorno alle filiere della media impresa, potrebbe veder cancellata la sostanza della sua struttura manifatturiera. L’Irpinia, con Irisbus ed Fma è stretta in questa morsa. Quale sarà, allora, l’Irpina del dopo “Fabbrica Italia”?


25 ottobre 2011

Irisbus, un minuto in più.

“Arrivano i cinesi”. A giorni, dunque, in Valle Ufita, è previsto un primo sopralluogo dei tecnici dell’Amsia motor limited per visionare lo stabilimento e le modalità di funzionamento dell’impianto. “Arrivano i cinesi” e, in Irpinia, sembra quasi che il romanzo di Ermanno Rea – La Dismissione – possa rovesciarsi. Lì, all’Ilva di Bagnoli - “Ferropoli” - per smontare le Colate Continue, qui, in Valle Ufita, invece, per rimettere in funzione l’impianto di cataforesi, la verniciatura robotizzata, dello stabilimento di Flumeri. Controcanto della globalizzazione? Può essere. Siamo ad oltre cento giorni dall’apertura della vertenza Irisbus ed è, abbondantemente, superato anche il giro di boa del primo ottobre che, nell’iniziale preliminare di vendita, avrebbe dovuto segnare il passaggio dello stabilimento ufitano dal gruppo Fiat a quello Di Risio con la conseguente dismissione, sul territorio nazionale, delle produzioni per il trasporto pubblico urbano. Pochi, all’inizio del mese di luglio, sono convinto, avrebbero scommesso, anche meno di un soldo, sull’unità e sulla capacità di resistenza dei lavoratori dello stabilimento di Flumeri. A questi lavoratori, da ormai più di tre mesi senza salario, va riconosciuto il merito di aver articolato, per l’Irpinia, una fondamentale battaglia d’interesse generale che oltre a difendere un pezzo di Mezzogiorno, al pari di altre vertenze nazionali – Termini Imerese, Eutelia, Vinyls ed Alenia – ha trovato la forza di parlare all’intero Paese. E, sempre all’intero Paese, nel merito e nella modalità della “gestione del conflitto”, parlano pure le lettere di “sospensione cautelare”, inviate, per primi, dal gruppo del Lingotto agli Rsu Dario Meninno e Raffaele Colello, oltre che ad almeno un’altra decina di lavoratori Irisbus. Troppe, in anni recenti, sono state le crisi industriali in aree geografiche diverse ed economicamente anche più forti ed avanzate che, con meno clamore, hanno assecondato il processo di “modernizzazione regressiva”, in anni in cui il “lavoro solido”, nella sua corporeità materiale fatta di fatica e di ripetizione, è stato progressivamente travolto dalla liquefazione del mondo sociale e, in un processo di decostruzione, ridotto a residuo. La risposta che invece arriva dai cancelli di Valle Ufita, si oppone all’idea, sciagurata, che in Italia si possa ripartire - uscire dalla crisi - cancellando pezzi indispensabili e strategici dell’industria nazionale. In una provincia in cui nonostante l’enorme flusso di denaro pubblico, garantito in passato da una classe dirigente importante, le nostre comunità ancora sono terra di partenza per nuove emigrazioni e, con difficoltà, prendono forma e sostanza nuovi assets di sviluppo, a preoccupare è, sicuramente, l’assenza della politica – il centrodestra – che, nella sua filiera, Provincia, Regione e governo nazionale, avrebbe potuto e, in una qualche maniera, dovuto caratterizzarsi nell’offrire una sponda migliore nella gestione dell’attuale crisi industriale. Le condizioni c’erano tutte: un forte profilo unitario tra le organizzazioni irpine – sindacali e datoriali – sostanziato dalla firma in calce al “Patto per lo sviluppo”; la necessità della Regione Campania di farsi carico, per la sua parte, del rinnovo del parco autobus e, per dare ossigeno alla domanda, della battaglia più generale dello sblocco dei fondi FAS; la possibilità, per la Provincia di Avellino, di costituire un tavolo di crisi capace di essere, oltre che un legittimo riferimento territoriale, anche un momento di valorizzazione dell’intero sistema irpino, tra Fiat ed indotto, nella relazione, sempre più stringente, che questo settore dell’automotive deve avere con la ricerca ed il mondo dell’università nel rapporto tra produzioni, mobilità e sostenibilità ambientale. Il governo nazionale, invece, avrebbe dovuto operare, anziché per chiuderle, per tenerle aperte, le fabbriche; sostenendo, per il Paese, l’elemento strategico delle produzioni legate al trasporto pubblico, lavorando al tema del finanziamento di un Piano nazionale dei trasporti sia nel tentativo di conservare la relazione, in Italia, tra il gruppo Fiat e questo tipo di produzioni e sia provando ad orientare diversamente Finmeccanica che con la Bredamenarini opera sullo stesso segmento, magari, provando anche ad unificare la soluzione alle due vertenze. Intanto, riguardo alla Fiat, non è il governo ma la Consob, la Commissione di controllo sulla Borsa, che, a tutela del mercato, legittimamente, chiede a Marchionne, per il prossimo 27 ottobre, in occasione della pubblicazione dei dati della trimestrale, di far chiarezza sul futuro degli stabilimenti italiani. Nei fatti, a quasi due anni dall’annuncio del piano “Fabbrica Italia”, i lavoratori del gruppo ancora non conoscono quando e con quali prodotti ricominceranno a lavorare. Sin dall’inizio, i limiti della vertenza Irisbus, li abbiamo, giustamente, riconosciuti sia nella chiusura delle posizioni del gruppo Fiat e sia nella debolezza del governo Berlusconi in materia di politiche industriali. A questo punto, però, sembra davvero tornare utile un antico adagio da vecchi sindacalisti: “Resistere un minuto in più del padrone”. Ma, e, quanto prima, c’è d’auspicarselo, occorre durare almeno un minuto in più anche di questo governo.

Generoso Bruno


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