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Diario
 



29 gennaio 2013

Basso, l’Irisbus e l’Italia giusta.

    http://www.orticalab.it/Basso-l-Irisbus-e-l-Italia-giusta       

La considerazione, sulla crisi Irisbus, la joint venture tra Fiat Industrial e Larimar Group, da cui muove l’intervista del presidente Basso, è vero, non rappresenta una novità.

E’ una notizia che, dai comunicati ufficiali IVECO/Fiat Industrial, risale già alla fine del mese di ottobre; emersa, in parallelo, al ridisegno che solo recentemente, dopo lo spin-off, ha assunto Fiat Industrial ed alle strategie di rilancio globale delle produzioni a marchio Iveco.

La partnership con Larimar Group - azienda sudafricana che opera nel settore del trasporto collettivo e, quindi, nel segmento della produzione di autobus - con la creazione di una newco sudafricana, riguarderà - come nel comunicato ufficiale di ottobre, ha dichiarato l’Ad di Iveco Alfredo Altavilla - la produzione di veicoli commerciali e autobus per il Sudafrica e per i Paesi limitrofi confederati nella SACU, l’Unione Doganale dell’Africa Meridionale.

Si sa anche che, secondo le strategie di Fiat Industrial, nella newco, l’Iveco avrà il 60% delle quote e, con circa un migliaio di dipendenti, dallo stabilimento di Pretoria usciranno, annualmente, 7.000 veicoli commerciali - leggeri, medi e pesanti – da vendere attraverso la rete di distribuzione Iveco South Africa e 1.000 autobus che, invece, saranno commercializzati direttamente dalla nuova joint venture.

La produzione, inoltre, per quello che ci è dato sapere, dovrebbe avere inizio già nella seconda metà del 2013 con la gamma Eurocargo. Quota mille autobus era, esattamente - con un pieno utilizzo degli impianti - la capacità di produzione del sito di Valle Ufita che, rispetto agli altri siti europei, grazie agli ultimi investimenti, era, per la produzione degli autobus, lo stabilimento Irisbus più moderno ed organizzato, sia rispetto ad Annonay, a Lione, in Francia, che – per l’Europa - garantirà il 65% della produzione Irisbus e sia, in Repubblica Ceca, a Vysoke Myto, dove continuerà ad essere prodotto il resto.

La cessazione delle attività dello stabilimento in Valle Ufita, l’unico sul territorio nazionale che produceva per il trasporto pubblico, ha sin qui segnato l’uscita del gruppo del Lingotto dalle produzioni in Italia. Non so se la cataforesi – la verniciatura robotizzata – di Valle Ufita dalla seconda metà del 2013 riprenderà a funzionare nella periferia di Pretoria.

So però che per rispondere al mordere della crisi nei settori della manifattura italiana è utile la costruzione di una politica economica che parta dalla difesa delle produzioni strategiche e che il trasporto pubblico è tra queste.

L’Italia è un Paese che ha disperatamente bisogno di ricominciare a credere nelle possibilità della propria industria e nella propria capacità manifatturiera. Per far questo occorre non dismettere i settori strategici delle nostre produzioni in un momento in cui anche altri in Paesi europei c’è, in questo senso, una ripresa degli investimenti.

Difendere le filiere manifatturiere presenti nel Mezzogiorno va in questa direzione. E’ nel Sud del Paese, che in questi anni, i lavoratori hanno visto peggiorare le condizioni produttive ed è qui, più che altrove, che è in atto un feroce processo di deindustrializzazione ed è proprio nelle realtà produttive del Mezzogiorno che un disimpegno della multinazionale torinese equivarrebbe a desertificare le speranze di ripresa per un’area fondamentale del Paese.

L’Irpinia, con Valle Ufita e Pratola Serra resta dunque, sul tema delle politiche industriali, uno dei nodi da sciogliere nella discussione tra Fiat e Paese.

A condizione, però, cosa prioritaria per Bersani e il Partito Democratico, che ci sia un governo capace di rimettere in campo le politiche industriali.

Lo scenario ipotizzato dal Presidente avellinese di Confindustria, invece, sembra condannarci, a vita, all’incapacità dei Romani e all’indolenza dei Passera. Sarebbe questo, Presidente Basso, a mio giudizio, voler credere alla Befana.

Le dichiarazioni di Basso portano l’Irisbus in Sudafrica e la Lambretta di Giovanni Cottone a Valle Ufita.

Forte della scadenza della cassa integrazione straordinaria, al 31 dicembre 2013, per i lavoratori di Valle Ufita, non resta, secondo il Presidente di Confindustria, che bere o affogare e, per le imprese dell’indotto, forse, questa “scelta” neppure c’è.

Riguardo alla competitività delle produzioni italiane, ricordo a Basso che l’Irisbus, sino al 2010, con circa il 40%, deteneva la maggiore quota di mercato in Italia e che per effetto della chiusura di Valle Ufita, gli autobus che si venderanno in Italia, già a cominciare dalle gare attualmente in corso, vedono, comunque, la Irisbus presente con produzioni provenienti da oltralpe. Non mi sembra, però, che la Francia abbia un costo del lavoro inferiore a quello italiano.

Rifinanziare il piano trasporti - già questo in un Paese normale potrebbe bastare - oltre che un elemento di civiltà nella riorganizzazione in chiave sostenibile della mobilità pubblica rappresenta la condizione per riaprire il mercato e consentire alle Regioni il rinnovo del parco mezzi per il trasporto pubblico.

E’ stato detto fino allo sfinimento: oltre 20.000 - almeno tre su quattro – sono gli autobus da sostituire tra quelli attualmente circolanti. Le condizioni di mercato per operare in questo segmento della produzione industriale, dunque, potrebbero davvero esserci.

La verità è che Fiat, pur rinunciando a produrre in Valle Ufita, non intende rinunciare alle quote di mercato. L’ingresso di un nuovo produttore in Italia, sarebbe, per il Lingotto, come accogliere il nemico in casa.

Oltre alla crisi Irisbus, in questi anni, abbiamo dovuto registrare anche quella dello stabilimento bolognese di BredaMenarini Bus.

Ritengo possibile, come auspicato anche in maniera congiunta dalle Rsu, l’ipotesi della creazione di un polo unico per la produzione di autobus.

Essendo, la BredaMenarini, una partecipata Finmeccanica potrebbe prestarsi, evitando la dismissione delle produzioni civili a partire da quelle strategiche per i trasporti, ad una strategia industriale determinata dal pubblico, assieme alle nuove condizioni del mercato effetto del piano trasporti.

C’è poco tempo, serve una politica industriale e un governo preparato a sostenerla è questo il primo segnale per un’Italia giusta.


6 settembre 2012

Regione Campania, il Pd incontra i lavoratori Irisbus.

Presso il Consiglio Regionale, negli uffici del gruppo consiliare del Partito Democratico, i consiglieri Rosa D’Amelio ed Antonio Marciano, capogruppo del Pd in seno alla Commissione Attività produttive della Regione Campania, insieme a Generoso Bruno, hanno incontrato una delegazione di lavoratori della Irisbus di Valle Ufita. L’incontro di oggi, richiesto dai lavoratori dello stabilimento di Flumeri, che, fino allo scorso anno, produceva per la Fiat, unico in Italia, autobus per il trasporto urbano, avviene ad oltre un mese dal primo ed unico incontro avuto col Presidente Caldoro.

Antonio Marciano: “Alla fine di luglio, Caldoro, per la Regione Campania, aveva assunto l’impegno di premere sul governo Monti per la convocazione urgente del tavolo di crisi per la Irisbus di Valle Ufita. Siamo, invece, ancora, al punto di dover condividere il verbale di quell’incontro. La convocazione di un nuovo tavolo ministeriale è utile, nell’immediato, per la costruzione del percorso per l’ottenimento del secondo anno di cassa integrazione straordinaria per i dipendenti oltre che per determinare scelte di politica industriale capaci di salvare un pezzo importante e strategico delle produzioni nazionali”.

Rosa D’Amelio: “C’è bisogno che la Campania eserciti tutto il suo peso e la sua autorevolezza per l’ottenimento del finanziamento del Piano Trasporti in maniera da evitare le durissime sanzioni dell’Unione Europea e di costruire, così, la condizione fondamentale per evitare la cancellazione di un importante presidio produttivo per il Paese. Già dalle prossime convocazioni del Consiglio Regionale, inviteremo il Presidente Caldoro a dare seguito agli impegni annunciati a fine luglio”.

Generoso Bruno: “Pur criticando il ritardo e la tempistica, oltre un mese fa, avevamo, comunque, apprezzato il recupero della Regione Campania come interlocutore utile alla vertenza della Irisbus di Valle Ufita. Siamo, invece, ancora fermi al trenta luglio con il pericolo sul secondo anno di cassa integrazione che entro la metà di ottobre dovrà trovare una risposta. Quella che ci lasciamo alle spalle, lo testimoniano tutti gli indicatori, è stata, per il lavoro e la crisi, una stagione terribile. La vertenza della Irisbus è solo uno dei nodi che segnano il rapporto tra Fiat e Paese. Penso, in questi giorni, in cui sono stati diffusi i dati di vendita, alla caducità della soluzione “DR” che, con enfasi, lo scorso anno veniva offerta per gli stabilimenti di Termini Imerese e di Valle Ufita che, da agosto ad agosto, nelle vendite, passando ad un -81,3%, è quasi scomparsa. La cura, quindi, era ben peggiore della malattia. Occorre, in queste ore, prestare molta attenzione alla mobilitazione europea, a Torino, dei lavoratori Iveco e Fiat Industrial che, sui piani di ristrutturazione decisi unilateralmente dal gruppo, dirà, sicuramente, più di quanto Marchionne fa anche con questo governo ”.


25 ottobre 2011

IRISBUS - Intervento di Andrea Lulli e Mozione Pd.

 

Discussione delle mozioni in relazione alla annunciata chiusura dello stabilimento Irisbus di Flumeri (Avellino).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Lulli, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00738. Ne ha facoltà.
ANDREA LULLI. Signor Presidente, se mi permette, innanzitutto, vorrei mandare un saluto, che è un messaggio di solidarietà, a quelle lavoratrici e a quei lavoratori dello stabilimento Irisbus che, da 107 giorni, stanno presidiando e stanno combattendo contro la chiusura, per il lavoro, per il futuro loro, dei loro figli e della loro terra.
Ho conosciuto molti di loro e, in questa sede, vorrei parlare di una signora operaia, una madre, che mi ha raccontato che per andare a lavorare presso lo stabilimento Irisbus percorre 70 chilometri in andata e 70 chilometri al ritorno.
Ora, credo che ci sia una grande responsabilità da parte del Governo; vedo qui l'onorevole Misiti in rappresentanza del Ministro Matteoli, ma, senza voler niente togliere a quel Ministero, non vedo la presenza del Ministro dello sviluppo economico che non ha dato risposte. Questo è molto grave; non ha dato risposte alle organizzazioni sindacali, non ha dato risposte a quelle lavoratrici e a quei lavoratori che difendono la loro vita, non ha dato risposte ai sindaci di quei paesi che insistono sullo stabilimento nella provincia di Avellino, non ha dato risposte, semplicemente. Non si sa che cosa fa il Ministro dello sviluppo economico in una situazione di questo tipo.
Anche noi riteniamo che ci sia da rifinanziare il piano del trasporto pubblico. Ho sentito le cose dette dall'onorevole Iannaccone: abbiamo il parco autobus più vecchio d'Europa, abbiamo sicuramente grandi problemi; certo, e ci si accorge di ciò dopo tre anni e mezzo di questo Governo che non ha finanziato un euro per il trasporto pubblico.
Credo che, per la situazione in cui siamo, certamente le cose si fanno più complicate e rischiamo di perdere un pezzo importante dell'apparato produttivo del Paese, peraltro in una zona che dovrebbe essere vista da tutti noi, dall'insieme del Paese stesso, come una delle zone di occasione per rilanciare lo sviluppo nel Paese, affrontare la crisi e uscirne fuori come si merita un grande Paese come l'Italia che è ancora la sesta o settima potenza economica al mondo. Invece il Governo latita, non c'è politica industriale, non si capisce cosa si voglia fare, addirittura non ci si presenta, come Ministero dello sviluppo economico, in una discussione, nell'Aula del Parlamento, su una questione rilevante.
Nella mozione affrontiamo una serie di problemi; il problema non è che FIAT vuole delocalizzare, ha due stabilimenti in Francia che producono pullman e non credo che la Francia abbia un costo del lavoro molto diverso da quello dell'Italia. Qui c'è un problema che richiama la capacità del Paese e del suo Governo di mantenere e di dare indicazioni, di creare un contesto che consenta lo sviluppo dell'industria. Non è possibile perdere un pezzo importante come Irisbus, in una situazione nella quale abbiamo problemi che riguardano il riassetto di tutta l'industria della mobilità nella direzione dei parametri che l'Europa ci assegna e che anche noi abbiamo concorso a determinare: l'obiettivo del «20-20-20». Sappiamo che il traffico e il trasporto pubblico sono uno dei vettori principali con cui cogliere quegli obiettivi e sono anche, o dovrebbero essere, tra i vettori principali per ricostruire le condizioni dello sviluppo in questo Paese. L'assenza è totale.
Non voglio fare polemica più di tanto, ma mi auguro che la maggioranza non si accontenti di raccomandazioni o di impegni generici da parte del Governo, perché si sta giocando sulla pelle di migliaia di persone, e si sta giocando una partita ancora più importante che riguarda lo sviluppo dell'industria in questo Paese. Qui non è più dato giocare a nascondino e fare il gioco delle parti; non siamo in un teatro, qui è giunta l'ora della responsabilità vera, non di quella nominale. Qui, dobbiamo decidere di assumere in prima persona questi impegni e chiediamo al Governo che faccia fino in fondo la propria parte, perché anch'io sono per chiamare in causa la FIAT, tant'è che la nostra mozione al quarto punto prevede un impegno per il Governo che richiama la FIAT, su cui tra poco arrivo a dire qualcosa.
La questione principale è tuttavia la volontà politica. Siamo o non siamo per mantenere l'industria manifatturiera? Siamo o non siamo per fare politiche che consentano il rilancio dei punti di forza di un'azienda che ha avuto investimenti produttivi fino a pochi mesi prima della chiusura? Siamo o non siamo per accettare la sfida dell'innovazione sulla mobilità, per avere una mobilità più sostenibile? Queste sono domande che rimandano ai problemi che abbiamo come Paese oggi e su questo bisogna quindi dire qualcosa di serio.
Certo i soldi sono un problema, è vero, ma noi uno sforzo l'abbiamo fatto. Possiamo investire qui quelli sulle frequenze della televisione analogica oppure possiamo prendere i soldi, se ci sono, che erano destinati al ponte sullo Stretto e fare investimenti più diretti e importanti che possano dare una prospettiva industriale immediata al Paese.
Poi certo c'è un problema anche relativo alla FIAT, ma cari colleghi di maggioranza, sono d'accordo che la FIAT mostra disimpegno però vogliamo o no - e noi lo chiediamo - che il Governo assuma una posizione e chieda l'apertura di un tavolo per capire quali siano gli impegni della FIAT sul mercato italiano, con questi 20 miliardi promessi e che ancora oggi non sappiamo che fine faranno, al punto che perfino la Consob è costretta a chiedere chiarimenti alla FIAT?
Nel silenzio assoluto della Presidenza del Consiglio e del Ministro per lo sviluppo economico è la Consob che si attiva. Ma vogliamo scherzare? Non è ammissibile continuare a giocare questa partita in modo così truccato. C'è questo impegno che la FIAT ha preso anche nei confronti dei lavoratori che si sono assunti grandi responsabilità nell'approvare determinati referendum e che hanno dato nella loro grande maggioranza, credo anche quelli che hanno votato contro, la disponibilità a fare sacrifici. Eppure, ancora oggi, non sappiamo cosa accade, non sappiamo se questo investimento si farà, anzi arriva la chiusura dell'altro stabilimento e dopo che la FIAT aveva avuto la pretesa di indicare un possibile destinatario di questo stabilimento palesemente inadeguato. Così è apparso alle organizzazioni sindacali, agli amministratori locali e non capisco perché non al Governo.
Vorrei quindi chiedere, tra l'altro, qual è la volontà di FIAT rispetto ai piani sui 20 miliardi illustrati. Quando Marchionne è venuto qui in audizione alla Camera, ci ha parlato di sviluppo industriale, ci ha detto che la FIAT investirà, ma che non lo poteva dire con certezza. Ormai è passato del tempo e non si sa che fine fa. E se non hanno intenzione di mantenere lo stabilimento Irisbus direttamente qua con una soluzione credibile italiana, mi permetto di dire che il Governo deve chiedere alla FIAT che si renda disponibile a vedere se vi è qualche grande imprenditore a livello internazionale che decida di venire qui. Infatti la FIAT non può pensare che questa fabbrica non si dia a qualche concorrente e pur di non darla a qualche concorrente la si chiuda.
Ma se la FIAT lo pensa, il Governo non può essere succube di questa scelta. Il Governo deve esigere una risposta chiara e deve dirlo chiaramente, finanziando il piano del trasporto pubblico, ma anche chiedendo una soluzione produttiva a quello stabilimento. Infatti si tratta di ricchezza che si distrugge e oggi di ricchezza da distruggere, signori, non ne abbiamo più (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni. Prendo atto che il rappresentante del Governo si riserva di intervenire nel prosieguo del dibattito, che è rinviato ad altra seduta.
 
 
IRISBUS - MOZIONE - Partito Democratico.
 
La Camera,
premesso che:
l'8 luglio 2011 Iveco spa, società del gruppo Fiat Industrial, ha inviato alle rappresentanze sindacali unitarie di Irisbus Italia spa, stabilimento di Flumeri (Avellino), una lettera nella quale comunicava che intendeva cedere il ramo d'azienda costituito dallo stabilimento di Valle Ufita alla società Dr motor company dell'imprenditore molisano Massimo Di Risio;
le strategie di Dr automobiles groupe sono, soprattutto, orientate alla produzione di auto e soltanto marginalmente a quella di autobus gran turismo e componentistica per suv; pertanto, lo stabilimento irpino dovrebbe subire una profonda ristrutturazione degli impianti, testati oggi per una produzione fino a mille autobus in un anno;
l'Irisbus conta 700 dipendenti, con un indotto che supera i 300 addetti, e soltanto nel 2010 ha investito 8 milioni di euro nella ristrutturazione aziendale, che diventano 30 milioni, considerando l'insieme degli investimenti degli ultimi 5 anni;
Irisbus, partecipata al 100 per cento da Iveco spa, produce autobus in tutto il mondo, con stabilimenti in Brasile, India, Argentina, Cina, e cinque siti produttivi in Europa, a Annonay e Rorthais in Francia, Valle Ufita in Italia, Barcellona in Spagna e Vysoke Myto nella Repubblica Ceca;
solo per il sito italiano è stata annunciata la chiusura, attribuendone le ragioni agli effetti della grave crisi che ha colpito il mercato degli autobus urbani in Italia, le cui immatricolazioni hanno registrato una drastica riduzione, passando da 1.444 unità del 2006 a 1.113 del 2010, a 291 nel 2011;
nello stesso periodo la produzione complessiva dello stabilimento di Valle Ufita è scesa da 717 autobus nel 2006 a 472 nel 2010, mentre nei primi sei mesi del 2011 sarebbe arrivata a 145 autobus;
dopo il taglio del personale, passato da 1.400 a 700 addetti, due terzi dei quali sono in cassa integrazione da mesi, Fiat è passata direttamente alla chiusura dello stabilimento, sancendo l'uscita di Fiat, solo in Italia, dalle produzioni per il trasporto pubblico;
in risposta all'interrogazione n. 5-05168 dell'onorevole Andrea Lulli, riguardante la continuità produttiva dello stabilimento Irisbus di Flumeri, il rappresentante del Governo ha affermato che il Ministero dello sviluppo economico avrebbe seguito, fin dal mese di luglio 2011, la situazione che si è creata sul territorio in seguito alla decisione del gruppo Fiat Industrial di cedere il ramo di azienda Irisbus di Flumeri, autorizzando, attraverso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, la corresponsione del trattamento d'integrazione salariale per un massimo di 818 unità lavorative, per il periodo dal 30 agosto 2010 al 29 agosto 2011;
il 21 settembre 2011, il Ministro dello sviluppo economico ha convocato Fiat Industrial, Anfia e i segretari generali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl per esaminare le problematiche della società Irisbus di Valle Ufita, incontro che si è concluso con la proposta rivolta a Irisbus di continuare l'attività produttiva fino al 31 dicembre 2011, per consentire nel frattempo la ricerca di eventuali imprenditori interessati all'acquisizione del sito, oltre a Dr motor company, e la ricollocazione di un'ulteriore parte dei lavoratori interessati presso altre aziende del gruppo Fiat Iveco e il possibile utilizzo di ammortizzatori sociali, per la rimanente quota dei dipendenti;
a seguito del rifiuto unanime di tale soluzione da parte dei lavoratori e della conferma della necessità che la gestione della vicenda venga assunta Presidenza del Consiglio dei ministri, anche «al fine di rivendicare la definizione e il finanziamento del piano nazionale trasporti, unica soluzione per mantenere in Valle Ufita il sito produttivo del settore bus», la società Irisbus ha aperto, il 30 settembre 2011, la procedura di mobilità per tutti i lavoratori del sito. Le organizzazioni sindacali provinciali e la rappresentanze sindacali unitarie hanno, di conseguenza, chiesto all'azienda l'incontro procedurale, previsto dall'articolo 4 della legge n. 223 del 1991;
in occasione dello svolgimento del citato atto di sindacato ispettivo si è appreso, inoltre, che per il Governo:
a) la definizione di un piano nazionale dei trasporti, seppure assolutamente necessario in relazione all'oggettiva obsolescenza del parco autobus nazionale, difficilmente potrà contribuire alla risoluzione della vertenza Irisbus per l'oggettiva carenza di risorse già destinate al fondo trasporto pubblico locale istituito presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, per la realizzazione di un piano organico di rinnovo del parco e per le regole volte alla realizzazione di bandi europei che non consentono riserve per l'industria nazionale;
b) la richiesta di assumere iniziative per stanziare una congrua quota di risorse nazionali e regionali al rinnovo del parco vetture delle aziende operanti nel settore del trasporto pubblico su rotaia e su gomma non è prevista dal piano per il Sud, approvato dal Consiglio dei ministri del 26 novembre 2010, che ha individuato una priorità nelle grandi opere ferroviarie e viarie per rafforzare i collegamenti tra il Nord e il Sud del Paese, destinando ad esse 1,6 miliardi di euro delle risorse del fondo per le aree sottoutilizzate - attualmente denominato fondo per lo sviluppo e la coesione;
c) ove fosse considerato prioritario, le risorse del fondo per le aree sottoutilizzate potrebbero essere destinate anche al finanziamento del rinnovo del parco vetture delle aziende operanti nel settore del trasporto pubblico su gomma, fatta salva la normativa nazionale ed europea in materia di aiuti di stato;
d) le risorse nazionali del fondo per le aree sottoutilizzate, allo stato attuale, sono coinvolte nei processi di attuazione delle manovre finanziarie di luglio ed agosto 2011 sul contenimento della spesa pubblica;
la chiusura dello stabilimento di Flumeri esaspera le tensioni sociali e incrina, ulteriormente, i rapporti con le parti sociali, determinando un vero e proprio terremoto sociale nella Valle Ufita e, più in generale, nella provincia di Avellino, che già registra 80.000 disoccupati;
in Italia, gli autobus del trasporto pubblico che continuano a circolare, pur non essendo a norma rispetto agli standard di legge in materia di emissioni inquinanti e di ammodernamento del parco circolante, sono almeno ventimila;
la totale mancanza di una chiara politica industriale nel nostro Paese che individui priorità, regole e risorse cui tutti i soggetti interessati dovrebbero sentirsi coinvolti e vincolati, rende possibili le più imprevedibili scelte dei diversi gruppi industriali, senza che questo possa essere tempestivamente gestito nell'interesse più generale dell'economia e dell'occupazione nazionale;
dopo la chiusura degli impianti di Termini Imerese e Imola, il gruppo Fiat si accinge a dismettere anche l'unico stabilimento che produce autobus in Italia, in un preoccupante crescendo di disimpegno produttivo nel nostro Paese, strategia che non sembra vedere l'assunzione da parte del Governo della necessaria e incisiva azione di interlocuzione per la salvaguardia delle produzioni nazionali, soprattutto nei settori a più alto fattore qualitativo e tecnologico. L'esempio dei Governi dei principali Paesi industrializzati, quali la Germania, la Francia o gli Stati Uniti, tuttora, non viene seguito nel nostro Paese;
la gravità di tali scelte industriali e della mancata elaborazione di una politica industriale assumono i caratteri della tragedia economica e sociale in aeree già duramente provate, come quelle del Mezzogiorno;
l'Italia ha esercitato per decenni un ruolo primario nella produzione industriale di autobus e appare paradossale che tale patrimonio possa essere disperso, proprio in una fase dove sono sempre più evidenti, da un lato, i problemi del nostro trasporto pubblico locale e, dall'altro, la consapevolezza della necessità di un riequilibrio modale nei sistemi di trasporto a favore dei mezzi collettivi;
sarebbe grave e inaccettabile che il Governo accettasse eventuali veti da parte della Fiat riguardo alla volontà di altri grandi operatori industriali, anche stranieri, di rilevare gli impianti di Flumeri volti a consentire la continuità operativa degli impianti e delle produzioni di mezzi di trasporto pubblico,
impegna il Governo:
ad assumere iniziative immediate per garantire la continuità della produzione di autobus e i posti di lavoro nello stabilimento Irisbus di Flumeri, dando immediatamente il via libera ad altri eventuali investitori, anche stranieri, che volessero rilevare il ramo di azienda Irisbus di Flumeri;
a prevedere nei prossimi provvedimenti di carattere economico e finanziario un impegno di risorse pari ad almeno 700 milioni di euro annui per il triennio 2012-2014, finalizzate al sostegno di un piano nazionale del trasporto pubblico, che valorizzi il sistema industriale nazionale di produzione, stimolando innovazione di prodotto e sostenibilità nella propulsione dei motori;
ad utilizzare, ad esempio, le maggiori entrate accertate, rispetto a quelle iscritte in bilancio, derivanti dall'asta delle frequenze analogiche per reintegrare le risorse per il trasporto pubblico locale necessarie a garantire la continuità del servizio pubblico e a superare la grave emergenza del momento, anche favorendo interventi per il rinnovo del parco circolante, o, ancora, quelle derivanti dalla rinuncia alla realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina, anche alla luce delle ultime indicazioni della Commissione europea in materia di reti trans-europee di trasporto;
a convocare un tavolo nazionale, con i vertici del gruppo Fiat, per verificare le reali intenzioni riguardo agli impegni assunti il 13 febbraio 2011 nell'incontro tra il gruppo medesimo e il Governo, nel corso del quale i vertici dell'azienda si erano impegnati a investire 20 miliardi di euro in Italia e a proseguire negli obiettivi di sviluppo, che prevedevano la crescita della produzione nel nostro Paese da 650 mila a 1 milione e 400 mila auto.
(1-00738)
«Lulli, Colaninno, Fadda, Froner, Marchioni, Martella, Mastromauro, Peluffo, Portas, Quartiani, Sanga, Scarpetti, Federico Testa, Vico, Zunino».
(24 ottobre 2011)


25 ottobre 2011

Irisbus, un minuto in più.

“Arrivano i cinesi”. A giorni, dunque, in Valle Ufita, è previsto un primo sopralluogo dei tecnici dell’Amsia motor limited per visionare lo stabilimento e le modalità di funzionamento dell’impianto. “Arrivano i cinesi” e, in Irpinia, sembra quasi che il romanzo di Ermanno Rea – La Dismissione – possa rovesciarsi. Lì, all’Ilva di Bagnoli - “Ferropoli” - per smontare le Colate Continue, qui, in Valle Ufita, invece, per rimettere in funzione l’impianto di cataforesi, la verniciatura robotizzata, dello stabilimento di Flumeri. Controcanto della globalizzazione? Può essere. Siamo ad oltre cento giorni dall’apertura della vertenza Irisbus ed è, abbondantemente, superato anche il giro di boa del primo ottobre che, nell’iniziale preliminare di vendita, avrebbe dovuto segnare il passaggio dello stabilimento ufitano dal gruppo Fiat a quello Di Risio con la conseguente dismissione, sul territorio nazionale, delle produzioni per il trasporto pubblico urbano. Pochi, all’inizio del mese di luglio, sono convinto, avrebbero scommesso, anche meno di un soldo, sull’unità e sulla capacità di resistenza dei lavoratori dello stabilimento di Flumeri. A questi lavoratori, da ormai più di tre mesi senza salario, va riconosciuto il merito di aver articolato, per l’Irpinia, una fondamentale battaglia d’interesse generale che oltre a difendere un pezzo di Mezzogiorno, al pari di altre vertenze nazionali – Termini Imerese, Eutelia, Vinyls ed Alenia – ha trovato la forza di parlare all’intero Paese. E, sempre all’intero Paese, nel merito e nella modalità della “gestione del conflitto”, parlano pure le lettere di “sospensione cautelare”, inviate, per primi, dal gruppo del Lingotto agli Rsu Dario Meninno e Raffaele Colello, oltre che ad almeno un’altra decina di lavoratori Irisbus. Troppe, in anni recenti, sono state le crisi industriali in aree geografiche diverse ed economicamente anche più forti ed avanzate che, con meno clamore, hanno assecondato il processo di “modernizzazione regressiva”, in anni in cui il “lavoro solido”, nella sua corporeità materiale fatta di fatica e di ripetizione, è stato progressivamente travolto dalla liquefazione del mondo sociale e, in un processo di decostruzione, ridotto a residuo. La risposta che invece arriva dai cancelli di Valle Ufita, si oppone all’idea, sciagurata, che in Italia si possa ripartire - uscire dalla crisi - cancellando pezzi indispensabili e strategici dell’industria nazionale. In una provincia in cui nonostante l’enorme flusso di denaro pubblico, garantito in passato da una classe dirigente importante, le nostre comunità ancora sono terra di partenza per nuove emigrazioni e, con difficoltà, prendono forma e sostanza nuovi assets di sviluppo, a preoccupare è, sicuramente, l’assenza della politica – il centrodestra – che, nella sua filiera, Provincia, Regione e governo nazionale, avrebbe potuto e, in una qualche maniera, dovuto caratterizzarsi nell’offrire una sponda migliore nella gestione dell’attuale crisi industriale. Le condizioni c’erano tutte: un forte profilo unitario tra le organizzazioni irpine – sindacali e datoriali – sostanziato dalla firma in calce al “Patto per lo sviluppo”; la necessità della Regione Campania di farsi carico, per la sua parte, del rinnovo del parco autobus e, per dare ossigeno alla domanda, della battaglia più generale dello sblocco dei fondi FAS; la possibilità, per la Provincia di Avellino, di costituire un tavolo di crisi capace di essere, oltre che un legittimo riferimento territoriale, anche un momento di valorizzazione dell’intero sistema irpino, tra Fiat ed indotto, nella relazione, sempre più stringente, che questo settore dell’automotive deve avere con la ricerca ed il mondo dell’università nel rapporto tra produzioni, mobilità e sostenibilità ambientale. Il governo nazionale, invece, avrebbe dovuto operare, anziché per chiuderle, per tenerle aperte, le fabbriche; sostenendo, per il Paese, l’elemento strategico delle produzioni legate al trasporto pubblico, lavorando al tema del finanziamento di un Piano nazionale dei trasporti sia nel tentativo di conservare la relazione, in Italia, tra il gruppo Fiat e questo tipo di produzioni e sia provando ad orientare diversamente Finmeccanica che con la Bredamenarini opera sullo stesso segmento, magari, provando anche ad unificare la soluzione alle due vertenze. Intanto, riguardo alla Fiat, non è il governo ma la Consob, la Commissione di controllo sulla Borsa, che, a tutela del mercato, legittimamente, chiede a Marchionne, per il prossimo 27 ottobre, in occasione della pubblicazione dei dati della trimestrale, di far chiarezza sul futuro degli stabilimenti italiani. Nei fatti, a quasi due anni dall’annuncio del piano “Fabbrica Italia”, i lavoratori del gruppo ancora non conoscono quando e con quali prodotti ricominceranno a lavorare. Sin dall’inizio, i limiti della vertenza Irisbus, li abbiamo, giustamente, riconosciuti sia nella chiusura delle posizioni del gruppo Fiat e sia nella debolezza del governo Berlusconi in materia di politiche industriali. A questo punto, però, sembra davvero tornare utile un antico adagio da vecchi sindacalisti: “Resistere un minuto in più del padrone”. Ma, e, quanto prima, c’è d’auspicarselo, occorre durare almeno un minuto in più anche di questo governo.

Generoso Bruno


14 settembre 2011

Se l'Irisbus muore, l'Irpinia chiude.


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