.
Annunci online

  generosobruno
 
Diario
 



15 ottobre 2011

Bruno (Pd) – A Fiat: “Basta ad inutili prove di forza”.

 

 
“Occorre che Fiat anticipi ai lavoratori Irisbus una prima tranche di Tfr. D'altronde, quelli del Tfr, sono soldi dei lavoratori. Serve, davvero, a poco esasperare gli animi provando, a questo punto della vertenza, a far uscire i bus dallo stabilimento di Valle Ufita. Se è vero che la Fiat ha già pagato una penale di due milioni e mezzo di euro a causa della mancata consegna dei mezzi già venduti è pur vero che i lavoratori Irisbus sono in sciopero, quindi senza salario, da ormai cento giorni. Serve, in questo momento, far avanzare le prospettive di soluzione per la vertenza lasciando perdere inutili prove di forza. Fiat deve accelerare l’inizio del confronto con il gruppo cinese “Dongfeng” e questo governo, invece, deve correggere il tiro sul finanziamento al Piano nazionale del trasporto pubblico”.
“Ha detto bene, Massimo D’Alema, ieri pomeriggio – venerdì 14 – a Napoli, in una riunione a cui ho partecipato, presso il Pd regionale, insieme ai sindacati ed alle Rsu - Ansaldo, Alenia, Irisbus, Fincantieri e Firema – degli stabilimenti campani in crisi, più l’indotto Fiat-Irisbus”: “Questa crisi rischia di travolgere, nel Mezzogiorno, tanta parte della struttura produttiva in settori che anche per la loro qualità rappresentano punti di eccellenza non solo per l’apparato produttivo campano ma nazionale. Quello che colpisce è l’assenza di una qualsiasi politica industriale. Il Paese rischia di uscire dalla crisi con le ossa rotte”.
 


7 aprile 2011

Il diritto al futuro.

Il nove aprile scende in piazza una generazione pronta a rivendicare il proprio tempo, adesso. La modalità organizzativa è stata molto simile a quella utilizzata dalle manifestazioni del “Se non ora, quando” e, pertanto, oltre ad una miriade di piccole o grandi iniziative, il grosso della mobilitazione avverrà, in ogni capoluogo di regione, questo sabato.

Non senza qualche fatica, anche in Irpinia è partita la costruzione di un nodo territoriale che, oltre a sposare in pieno la domanda di futuro che, finalmente, in maniera collettiva, una o più generazioni, cominciano a porre alla politica, ha deciso, già oggi, di tenere attiva la propria Rete anche oltre la data della mobilitazione del nove aprile con la volontà di attraversare, sui temi della vertenza Irpinia, lo sciopero generale del sei maggio.

Il nove aprile, a Napoli, ci sarà l’Irpinia con i suoi giovani in partenza e con quelli che, ancora qui, provano a faticare, insieme a quegli altri che ancora possono contare sul sostegno delle proprie famiglie. Oltre ventimila, sono i lavoratori precari della provincia di Avellino ed almeno quattro volte tanto è il numero dei disoccupati in un territorio che, da decenni, rimanendo, statisticamente, a crescita zero, non ha mai smesso di migrare provando a cercare il proprio futuro altrove.
 
Il nove aprile ed il sei maggio sono le tappe di un percorso utile a sostenere le ragioni di un territorio, con le sue incertezze sull’automotive e su tutta la partita dell’industrializzazione, a fronte dei mancati finanziamenti per le misure del Patto per lo sviluppo ed i nuovi tentennamenti sul Piano strategico.
 
Unire la mobilitazione del nove aprile a quelle dello sciopero generale non è un fatto scontato. Nell’intreccio delle due date c’è il tentativo di superare un ritardo, a sinistra, imbarazzante che ancora adesso, nonostante l’analisi dei dati disponibili dica tutt’altro, continua a percepire e a “proporre” il precariato come uno stadio di transizione delle generazioni verso forme occupazionali, contrattualmente, più stabili.
 
Siamo i figli di mezzo della storia – così diceva Brad Pitt nella trasposizione cinematografica di Fight Club, il romanzo di Chuck Palahniuk – cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, divi del cinema, rock star. Ma, non è così e lentamente lo stiamo imparando”. La precarietà, tracimando lavori e contratti, ha investito le vite di ognuno di noi, squassando rapporti, affetti ed ogni possibilità di poter autodeterminare scelte di futuro e, come se non bastasse, agendo come su di un piano inclinato, ha prodotto lo scivolamento di forme contrattuali, un tempo definite stabili, verso elementi di progressiva precarizzazione.
Unire il nove aprile alla chiamata allo sciopero generale è un passo utile a ricucire la crepa aperta nel mondo dei lavori.
 
 
Ricordo la puntualità di un documento diffuso alla vigilia dello sciopero generale indetto, sempre dalla Cgil, il dodici marzo del 2010, contro le politiche fiscali del governo, in cui lavoratori e lavoratrici free-lance, atipici, a partita iva individuale - quelli che certi studi definiscono come “lavoratori autonomi di seconda generazione” - annunciavano la propria non partecipazione in quanto “costretti, anche dal più grande sindacato italiano, all’invisibilità”.
Pur ammettendo, quindi, una propria condizione di fragilità e di subalternità, quel documento rivelava la difficoltà di tenere assieme i “residui solidi” usciti dalla temperie del post-fordismo con quella parte - i nuovi lavori - divenuta, invece, pienamente “smaterializzata”.
 
La precarietà ha significato l’imposizione di un nuovo regime temporale alla giornata ed all’intera vita lavorativa affievolendo, modificando o, addirittura, cancellando la tradizionale separazione tra tempo di vita e tempo di lavoro. In pratica, la precarietà, pur non chiedendoci di lavorare tutto il tempo chiede, per il lavoro, la disponibilità di tutto il nostro tempo.
 
E, sempre il controllo del tempo, è uno degli elementi di precarizzazione progressiva di quello che una volta era il lavoro stabile dai dieci minuti in meno per ogni pausa nei nuovi contratti di Pomigliano e Mirafiori alla divisione di un’ora in centomila unità di tempo micronizzato. Questa è, secondo la clessidra dell’iper-liberismo, la “nuova metrica del lavoro”.
 
C’è bisogno che una nuova generazione, rompendo il guscio delle proprie solitudini, scoprendo il gusto di un nuovo protagonismo collettivo, lanci la sfida all’egemonia del tempo presente e, contro la desertificazione di ogni speranza, rivendichi, finalmente, il proprio diritto al futuro.
 
Generoso Bruno


12 gennaio 2011

La zona rossa della fiction.

Il 2010 ha lasciato, almeno, una buona notizia. Dietro i “book-blok”, gli scudi in gommapiuma con i titoli dei libri, dei cortei studenteschi, è in campo una nuova generazione che pone alla politica e non solo una radicale domanda di futuro. Una generazione che, faticando ad essere ciò che è, forse, riprende a desiderare di diventare altro rispetto al disegno che politica e potere hanno sin qui determinato.

Si spiega così, nella percezione di una precarietà, di fatto, esistenziale il voler saldare la lotta alla Legge Gelmini alle rivendicazioni su lavoro e diritti mosse dalla Fiom in un Paese in cui i lavoratori, quelli della chimica ad esempio, si dividono tra quelli che occupano l’Asinara, l’isola dei cassintegrati, o quelli che, né più né meno come i migranti di Brescia, non certo per tentare l’assalto al cielo, sono, come anche gli studenti sui tetti delle università, sulla gru a Porto Marghera.
 
 
La politica, però, non solo, per i motivi più ovvi, le forze al governo, ha una difficoltà, vera, nella costruzione di un’interfaccia con le ragioni di questo movimento e la sua domanda di cambiamento. Da una parte c’è, finalmente, la radicalità di una generazione e dall’altra, invece, le scelte di fondo, strutturali, che in ogni parte d’Europa i governi hanno voluto, potuto e, forse, dovuto costruire. C’è un filo rosso che ha unito le manifestazioni italiane a quelle di Londra, di Atene o a quelle francesi d’inizio autunno e l'accrescersi della distanza tra ricchezza e povertà e la negazione stessa del futuro della società sono pure le cause scatenanti delle rivolte in Tunisia, Algeria ed in tutta l'area del Maghreb.
 
Un legame che si pone oltre ogni elemento, in Europa, anche di segno “estetico” - gli scudi con i titoli dei libri o l’assedio dei palazzi - ma che si fonda, più in generale, sulla sensazione di un’intera generazione che si sente strappare il futuro dalle proprie stesse carni.
 
In piazza, in tutte le piazze, c’è quindi l’interrogativo di chi, di fronte a sé, percepisce una prospettiva di vita non più sostenuta dai diritti e dalle tutele delle generazioni dei propri padri. Nell’Europa della moneta unica è, quindi, in via di formazione una nuova cittadinanza europea che, muovendo dalla crisi stessa, non trova più sufficienti le risposte dei singoli stati nazionali. Se è la crisi, però, a generare cittadinanza ci troviamo di fronte, in maniera paradossale, al rovesciamento della polis in cui politiche liberiste ed antipopolari, mediante l’incremento dei livelli di esclusione, finiscono con il determinare, definitivamente, un confine, una linea di limes, tra un dentro ed un fuori.
 
E’ nell’evidenza di questa separatezza, tra politica e realtà, che si consuma, come nel 2001 a Genova, “l’assedio” alla “zona rossa” o al Palazzo, a Roma il 14 dicembre scorso o, qualche mese fa, a Napoli, dei cittadini irpini, non ricevuti da Caldoro, contro la soppressione degli ospedali di Bisaccia e Sant’Angelo dei Lombardi.
 
Nel migliore dei casi, come a Napoli, il Palazzo resta chiuso. Sempre più spesso, invece, la risposta ottenuta riduce l’emergenza sociale ad una questione di ordine pubblico. In ogni caso appare manifesta l’incapacità politica di ascolto e di sintonia con il Paese reale, limitando, in questo modo, il dibattito politico a crescere solo su se stesso, complice, sia nella causa che nell’effetto, una legge elettorale che, non consentendo la scelta degli eletti, isola Palazzo e classi dirigenti.
 
Il senso dell’alternativa al berlusconismo, lo ricordi innanzitutto il Pd, passa anche per questi interrogativi. Eluderli significherebbe consegnare la politica agli “Scilipoti” ed alla fiction di Palazzo. Anche per questo, Gasparri mi dia pure del terrorista, il quattordici dicembre ero alla manifestazione di Roma.

Generoso Bruno


5 giugno 2010

Pride e Pd: Una riflessione arcobaleno.

Alla luce del sole. E’ questo lo slogan del Pride che il ventisei giugno attraverserà le strade di Napoli e che il dodici, invece, insieme a Paola Concia, sceglie proprio Avellino per la costruzione di una più compiuta riflessione politica. Alla luce del sole vuol dire, secondo me, non solo portare in piazza corpi e storie ma, in una maniera più complessa, costruire un momento di appropriazione della vita pubblica per una battaglia di cittadinanza e di libertà. Difendere la dignità e l’autodeterminazione delle persone, lavorare per il superamento delle diseguaglianze e per la conquista delle parità civili e sociali rappresenta, ancora oggi, il nerbo di una tensione democratica a cui il Pd non può e non deve sottrarsi. Ecco perché, alla luce del sole, vanno portate anche quelle contraddizioni che hanno finito con l’assegnare al Partito Democratico un ruolo d’interlocuzione con il movimento lgbtq non adeguato al maggiore partito di opposizione candidato alla costruzione dell’alternativa al centrodestra ed al superamento del berlusconismo.



“Educare al normale” – si chiama così un progetto dei Giovani Democratici - andrebbe, quasi, rivolto, quindi, più nei luoghi di partito che al di fuori. Non si tratta, nel Pd, di far crescere una lezione di tolleranza - è, per ogni uomo, intollerabile essere tollerato – ma, piuttosto, quello di maturare la consapevolezza che, in Italia, la frontiera democratica attraversa per intero il territorio dei nuovi diritti. Episodi come quello di Udine, in cui il gruppo consiliare del Pd descrive, in una mozione, come “provocatoria” e capace di turbare la “sensibilità di molti cittadini” una campagna dell’Arcigay, sostenuta dall’amministrazione comunale, contro l’omofobia dove, in due serie di manifesti, appare una coppia omosessuale durante un bacio, allontana, paradossalmente, i democratici da una battaglia di democrazia. Occorre per il Partito Democratico lo sviluppo di un impianto valoriale condiviso. A poco serve, a cominciare da questi casi, declinare il partito come quel soggetto politico capace di contenere punti di vista differenti. Non è in questa maniera che si supera il compromesso, fondativo, tra le storie della sinistra democratica e del cattolicesimo democratico. I baci di Udine raccontano dell’amore per i diritti e della lotta alla discriminazione.
A sinistra, mi si perdoni la battuta, si è applaudito, in altri tempi, a baci – Breznew / Honeker – ben più compromettenti.



Quelli attuali sono tempi difficili, alle torsioni neo-guelfe di classi dirigenti in cerca di legittimità, non più restituita dalle forme organizzate della politica, si accoppia un'ondata di violenta ostilità e discriminazione
verso lesbiche, gay e transessuali nell’affermazione di un pericoloso paradigma dell’esclusione. C’è bisogno di buone leggi e di buone pratiche. Per buone leggi – contro l’omo e la transfobia, per il riconoscimento delle coppie di fatto – e per le buone pratiche – registri delle unioni civili e campagne territoriali con al centro i diritti e la persona – è utile un Pd capace di promuovere libertà ed emancipazione.

Utile, per la definizione dei caratteri di un moderno Partito Democratico, a partire dai territori, l’autoconvocazione di un “tavolo arcobaleno” che, attraversando la composizione delle mozioni congressuali, con chi ci vuole stare, e, magari, insieme al contributo dei Giovani Democratici costruisca agibilità e cittadinanza ai temi del Pride. Sarà utile prima del ventisei giugno, sarà importante soprattutto dopo.

Generoso Bruno


sfoglia     settembre        novembre
 

 rubriche

diario
Hirpinia
[G]Banner
Avellino
Comunicati

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

Radio SIANI
fondazione PUPI
Les InRockuptibleS
[tr3nta]*
Piazze Democratiche
RIFARE l' ITALIA
deputatiPD
France-Libertés
Italianieuropei
Lavoro & Welfare
Le débat
Ebdomadario
Left Wing
The Frontpage
Le Monde diplò
tamtàm democratico
blogpolitica
RossoFisso
il nostro tempo è adesso
Rete della Conoscenza
Guerriglia Marketing
Sergio BELLUCCI
BrunoBlog
CasinoTotale il blog di MasoNotarianni
Dario Danti
Gad Lerner
Guido Viale il blog
unità a sinistra - Giuliano Giuliani
La Spada nella Roccia
ilBlogdiManu
Mario Perrotta
Libreria Petrozziello - Avellino
Wu Ming
Alternative per il Socialismo
MicroMega
TERRA
Antonio Bassolino
Pierluigi Bersani
Anna Paola Concia
Gianni Cuperlo
Cesare Damiano
Umberto Ranieri
Ugo Sposetti
Nicola Zingaretti
CORRIERE - Irpinia
IL MATTINO - Avellino
OTTOpagine
Cinque Righe
il Ciriaco
Irpinia24
Irpinia News
Irpinia oggi
IrpiniaReport
L'IRPINIA
ORTICAlab
+ECONOMIA
Tu si nat'in Italy
gli ALTRI
IL FOGLIO
Libè
il manifesto
Pubblico
l'Unità
Avellino Rugby
Interisti Leninisti
Javier Zanetti
Vigili del Fuoco - 115

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom