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Diario
 



7 aprile 2011

Il diritto al futuro.

Il nove aprile scende in piazza una generazione pronta a rivendicare il proprio tempo, adesso. La modalità organizzativa è stata molto simile a quella utilizzata dalle manifestazioni del “Se non ora, quando” e, pertanto, oltre ad una miriade di piccole o grandi iniziative, il grosso della mobilitazione avverrà, in ogni capoluogo di regione, questo sabato.

Non senza qualche fatica, anche in Irpinia è partita la costruzione di un nodo territoriale che, oltre a sposare in pieno la domanda di futuro che, finalmente, in maniera collettiva, una o più generazioni, cominciano a porre alla politica, ha deciso, già oggi, di tenere attiva la propria Rete anche oltre la data della mobilitazione del nove aprile con la volontà di attraversare, sui temi della vertenza Irpinia, lo sciopero generale del sei maggio.

Il nove aprile, a Napoli, ci sarà l’Irpinia con i suoi giovani in partenza e con quelli che, ancora qui, provano a faticare, insieme a quegli altri che ancora possono contare sul sostegno delle proprie famiglie. Oltre ventimila, sono i lavoratori precari della provincia di Avellino ed almeno quattro volte tanto è il numero dei disoccupati in un territorio che, da decenni, rimanendo, statisticamente, a crescita zero, non ha mai smesso di migrare provando a cercare il proprio futuro altrove.
 
Il nove aprile ed il sei maggio sono le tappe di un percorso utile a sostenere le ragioni di un territorio, con le sue incertezze sull’automotive e su tutta la partita dell’industrializzazione, a fronte dei mancati finanziamenti per le misure del Patto per lo sviluppo ed i nuovi tentennamenti sul Piano strategico.
 
Unire la mobilitazione del nove aprile a quelle dello sciopero generale non è un fatto scontato. Nell’intreccio delle due date c’è il tentativo di superare un ritardo, a sinistra, imbarazzante che ancora adesso, nonostante l’analisi dei dati disponibili dica tutt’altro, continua a percepire e a “proporre” il precariato come uno stadio di transizione delle generazioni verso forme occupazionali, contrattualmente, più stabili.
 
Siamo i figli di mezzo della storia – così diceva Brad Pitt nella trasposizione cinematografica di Fight Club, il romanzo di Chuck Palahniuk – cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, divi del cinema, rock star. Ma, non è così e lentamente lo stiamo imparando”. La precarietà, tracimando lavori e contratti, ha investito le vite di ognuno di noi, squassando rapporti, affetti ed ogni possibilità di poter autodeterminare scelte di futuro e, come se non bastasse, agendo come su di un piano inclinato, ha prodotto lo scivolamento di forme contrattuali, un tempo definite stabili, verso elementi di progressiva precarizzazione.
Unire il nove aprile alla chiamata allo sciopero generale è un passo utile a ricucire la crepa aperta nel mondo dei lavori.
 
 
Ricordo la puntualità di un documento diffuso alla vigilia dello sciopero generale indetto, sempre dalla Cgil, il dodici marzo del 2010, contro le politiche fiscali del governo, in cui lavoratori e lavoratrici free-lance, atipici, a partita iva individuale - quelli che certi studi definiscono come “lavoratori autonomi di seconda generazione” - annunciavano la propria non partecipazione in quanto “costretti, anche dal più grande sindacato italiano, all’invisibilità”.
Pur ammettendo, quindi, una propria condizione di fragilità e di subalternità, quel documento rivelava la difficoltà di tenere assieme i “residui solidi” usciti dalla temperie del post-fordismo con quella parte - i nuovi lavori - divenuta, invece, pienamente “smaterializzata”.
 
La precarietà ha significato l’imposizione di un nuovo regime temporale alla giornata ed all’intera vita lavorativa affievolendo, modificando o, addirittura, cancellando la tradizionale separazione tra tempo di vita e tempo di lavoro. In pratica, la precarietà, pur non chiedendoci di lavorare tutto il tempo chiede, per il lavoro, la disponibilità di tutto il nostro tempo.
 
E, sempre il controllo del tempo, è uno degli elementi di precarizzazione progressiva di quello che una volta era il lavoro stabile dai dieci minuti in meno per ogni pausa nei nuovi contratti di Pomigliano e Mirafiori alla divisione di un’ora in centomila unità di tempo micronizzato. Questa è, secondo la clessidra dell’iper-liberismo, la “nuova metrica del lavoro”.
 
C’è bisogno che una nuova generazione, rompendo il guscio delle proprie solitudini, scoprendo il gusto di un nuovo protagonismo collettivo, lanci la sfida all’egemonia del tempo presente e, contro la desertificazione di ogni speranza, rivendichi, finalmente, il proprio diritto al futuro.
 
Generoso Bruno


26 marzo 2011

Un "link" irpino per il 9 aprile.

DICHIARAZIONE STAMPA

Il 9 aprile si mobilita una generazione. Il tema è quello della precarietà. In ogni capoluogo di regione ci sarà un corteo.

Ritengo utile, nel tentativo di rafforzare questa vertenza, che anche l'Irpinia sia presente non solo, genericamente, alla manifestazione napoletana ma, in maniera più efficace, attraverso la costruzione di un vero percorso di mobilitazione.

E' utile, quindi, la costituzione, aperta ed orizzontale, con singoli, organizzazioni politiche ed associazioni, di un nostro specifico nodo territoriale.

Da diverse settimane ho aderito all’appello promosso dalla rete “il nostro tempo è adesso” per la mobilitazione nazionale, il 9 aprile 2011, del mondo del lavoro precario.

E’ tempo di aprire, finalmente, una nuova vertenza generazionale dichiarando, una volta per tutte, terminato il tempo dell’illusione di una salvezza individuale.

Occorre, sul tema del futuro, la costruzione di un nuovo protagonismo comune, collettivo, diffuso.

Il lavoro flessibile e precario è, ormai, divenuto simbolo e cifra del nostro tempo presente insieme ad un elemento di pericolosa atomizzazione delle dinamiche sociali.

C’è bisogno che una nuova generazione rompa il guscio delle proprie solitudini e cominci a guardare al futuro combattendo l’egemonia di un tempo presente che ci vuole precari, atipici, invisibili ed incapaci di costruire percorsi di autodeterminazione.

Mi piacerebbe che anche l’Irpinia con i suoi giovani in partenza e con quelli che ancora possono contare sull’aiuto delle proprie famiglie, con quelli che, anche qui, provano a faticare, con i suoi precari impegnati nelle pubbliche amministrazioni e con le sue incertezze sull’automotive e su tutta la partita dell’industrializzazione e del Piano strategico, il 9 aprile, possa far sentire, nella mobilitazione campana, la propria voce.

Anche qui, è questo l'invito a chi ci vuole stare, mettiamoci in rete.

Perché, in definitiva, il 9 aprile è un fatto di orizzonte. Perché, come dice lo slogan della mobilitazione: “La vita non aspetta, il nostro tempo è adesso”.


25 marzo 2011

9 aprile, mettiamoci in rete.

DICHIARAZIONE STAMPA

Anche qui, anche in Irpinia, mettiamoci in rete. Da diverse settimane ho aderito all’appello promosso dalla rete “il nostro tempo è adesso” per la mobilitazione nazionale, il 9 aprile 2011, del mondo del lavoro precario.

E’ tempo di aprire, finalmente, una nuova vertenza generazionale dichiarando, una volta per tutte, terminato il tempo dell’illusione di una salvezza individuale.

Occorre, sul tema del futuro, la costruzione di un nuovo protagonismo comune, collettivo, diffuso. Il lavoro flessibile e precario è, ormai, divenuto simbolo e cifra del nostro tempo presente insieme ad un elemento di pericolosa atomizzazione delle dinamiche sociali.

C’è bisogno che una nuova generazione rompa il guscio delle proprie solitudini e cominci a guardare al futuro combattendo l’egemonia di un tempo presente che ci vuole precari, atipici, invisibili ed incapaci di costruire percorsi di autodeterminazione.
 
Non ho mai creduto alla contrapposizione tra garantiti e no, e, men che meno, potrei farlo adesso quando, come per un effetto di scivolamento, le politiche del tempo della crisi, contraddicendo tutti i proclami fatti sin qui, invece che condurre alla stabilizzazione progressiva - quante volte si è sentito parlare di flessibilità “in entrata” nel mercato del lavoro - aprono, al contrario, il lavoro stabile ad elementi, strutturali, di precarietà.
 
 
Anche questo, oltre che il tentativo di riscrittura dei rapporti tra impresa e parti sociali, sono stati i referendum di Marchionne alla Fiat di Pomigliano e Mirafiori.
 
Sia chiaro, i diritti non sono variabili dipendenti dal mercato ed è, quindi, inaccettabile, come pure qualcuno suggerisce, il tema del conflitto tra le generazioni, tra presunti garantiti ed invisibili, tra ipotetici nord ed altrettanto ipotetici sud, secondo cui occorre togliere qualcosa a qualcuno per consegnarla a qualcun altro.
 
Mi piacerebbe che anche l’Irpinia con i suoi giovani in partenza e con quelli che ancora possono contare sull’aiuto delle proprie famiglie, con i suoi precari impegnati nelle pubbliche amministrazioni e con le sue incertezze sull’automotive e su tutta la partita dell’industrializzazione contenuta nella vertenza del Piano strategico, il 9 aprile, possa far sentire, nella mobilitazione campana, la propria voce.
 
Anche qui, è questo un invito a chi ci vuole stare, mettiamoci in rete.
Perché, in definitiva, il 9 aprile è un fatto di orizzonte. Perché, come dice lo slogan della mobilitazione: “La vita non aspetta, il nostro tempo è adesso”.

www.ilnostrotempoeadesso.it


4 marzo 2011

La Costituzione a 451 gradi Fahrenheit.

L’Italia è ancora una repubblica fondata sul lavoro? E’ questo l’interrogativo che, insieme a Guglielmo Epifani, i democratici avellinesi hanno provato a sciogliere.

L’aggiunta del punto interrogativo, sostanzialmente, dopo il primo capoverso della Costituzione italiana ci restituisce, per intero, tutti i dubbi sull’attuale fase politica trasformando uno dei principi fondamentali della nostra Carta nella domanda chiave dei giorni presenti.

I costituenti individuarono nel lavoro il valore fondamentale capace di qualificare sia la forma di Stato che il perseguimento di una politica di difesa sociale.
Quanto è valido, verrebbe da chiedersi, questo principio in un momento storico in cui il lavoro flessibile e precario diviene cifra dell’esistente e simbolo del nostro tempo.
E, soprattutto, quanto conta il primo articolo della nostra Carta costituzionale in una società che, come nel mito greco del dio Crono, divora i propri figli desertificandone le speranze?
Di fronte a questo scenario restano sul piatto le attese e la solitudine di ognuno di noi nella difficoltà di dover superare l’incertezza e le contraddizioni generali prodotte a livello sociale.
 
 
Anche a questo, soprattutto a questo, ho pensato, qualche settimana fa, quando ho appreso la notizia del suicidio di uno degli operai della Fma di Pratola Serra.
Ho pensato alla crisi, alla sua articolazione globale ed a come, questa, attraversa la vita di ognuno di noi. Ho pensato all’allarme povertà lanciato, ad Avellino, dalla Caritas e dalla Cgil, al raddoppio, tra il 2009 ed il 2010, dei pasti serviti alla Mensa dei Poveri e, di contrasto, alla forza “allucinatoria” del racconto berlusconiano.
Ho pensato alla vertenza Irpinia, per dirla con le parole di Marco Revelli, come conflitto tra “flussi e luoghi” in una fase in cui appare fondato il rischio di riportare indietro di quarant’anni le lancette dell’orologio dell’industrializzazione se, all’interno del Piano strategico, non si riuscirà a mettere mano all’arresto dello smantellamento dell’apparato produttivo industriale di questa provincia a cominciare dall’automotive e dagli insediamenti della Fma e dell’Irisbus.
Ho pensato all’esito delle votazioni per il rinnovo delle Rsu all’interno dello stabilimento di Pratola Serra che, nonostante i referendum di Pomigliano e Mirafiori, consuma, in una sostanziale immobilità dei rapporti di forza fra le organizzazioni sindacali, l’attesa di conoscere il proprio destino all’interno dell’incognita del piano Marchionne.
 
Quanto pesa, quindi, quel punto interrogativo dietro le parole del primo articolo della Costituzione italiana in un momento in cui i referendum di Pomigliano e Mirafiori assumono valore “costituente” per mutare le condizioni del lavoro non solo negli stabilimenti interessati ma, per intero, le relazioni sindacali in Italia?
Quanto vale questo interrogativo per un governo che ha utilizzato la crisi come strumento di destrutturazione dell’intero sistema dei diritti?
Quel punto di domanda che si insinua all’interno della divaricazione tra costituzione formale e costituzione materiale, come il romanzo di Ray Bradbury, potrebbe suggerirci i “Fahrenheit 451”. Indicarci, cioè, la temperatura a cui la carta, spontaneamente, brucia.
La temperatura di autocombustione della nostra Carta finisce, quindi, inevitabilmente, per corrispondere con il rovesciamento del proprio stesso paradigma, ossia, con il far coincidere i diritti alle variabili dipendenti del mercato. E’ a questo punto, prima che la Carta bruci, che occorre rinsaldare il rapporto tra democratici e cultura costituzionale. Pena l’autocombustione.
 
Generoso Bruno


12 gennaio 2011

La zona rossa della fiction.

Il 2010 ha lasciato, almeno, una buona notizia. Dietro i “book-blok”, gli scudi in gommapiuma con i titoli dei libri, dei cortei studenteschi, è in campo una nuova generazione che pone alla politica e non solo una radicale domanda di futuro. Una generazione che, faticando ad essere ciò che è, forse, riprende a desiderare di diventare altro rispetto al disegno che politica e potere hanno sin qui determinato.

Si spiega così, nella percezione di una precarietà, di fatto, esistenziale il voler saldare la lotta alla Legge Gelmini alle rivendicazioni su lavoro e diritti mosse dalla Fiom in un Paese in cui i lavoratori, quelli della chimica ad esempio, si dividono tra quelli che occupano l’Asinara, l’isola dei cassintegrati, o quelli che, né più né meno come i migranti di Brescia, non certo per tentare l’assalto al cielo, sono, come anche gli studenti sui tetti delle università, sulla gru a Porto Marghera.
 
 
La politica, però, non solo, per i motivi più ovvi, le forze al governo, ha una difficoltà, vera, nella costruzione di un’interfaccia con le ragioni di questo movimento e la sua domanda di cambiamento. Da una parte c’è, finalmente, la radicalità di una generazione e dall’altra, invece, le scelte di fondo, strutturali, che in ogni parte d’Europa i governi hanno voluto, potuto e, forse, dovuto costruire. C’è un filo rosso che ha unito le manifestazioni italiane a quelle di Londra, di Atene o a quelle francesi d’inizio autunno e l'accrescersi della distanza tra ricchezza e povertà e la negazione stessa del futuro della società sono pure le cause scatenanti delle rivolte in Tunisia, Algeria ed in tutta l'area del Maghreb.
 
Un legame che si pone oltre ogni elemento, in Europa, anche di segno “estetico” - gli scudi con i titoli dei libri o l’assedio dei palazzi - ma che si fonda, più in generale, sulla sensazione di un’intera generazione che si sente strappare il futuro dalle proprie stesse carni.
 
In piazza, in tutte le piazze, c’è quindi l’interrogativo di chi, di fronte a sé, percepisce una prospettiva di vita non più sostenuta dai diritti e dalle tutele delle generazioni dei propri padri. Nell’Europa della moneta unica è, quindi, in via di formazione una nuova cittadinanza europea che, muovendo dalla crisi stessa, non trova più sufficienti le risposte dei singoli stati nazionali. Se è la crisi, però, a generare cittadinanza ci troviamo di fronte, in maniera paradossale, al rovesciamento della polis in cui politiche liberiste ed antipopolari, mediante l’incremento dei livelli di esclusione, finiscono con il determinare, definitivamente, un confine, una linea di limes, tra un dentro ed un fuori.
 
E’ nell’evidenza di questa separatezza, tra politica e realtà, che si consuma, come nel 2001 a Genova, “l’assedio” alla “zona rossa” o al Palazzo, a Roma il 14 dicembre scorso o, qualche mese fa, a Napoli, dei cittadini irpini, non ricevuti da Caldoro, contro la soppressione degli ospedali di Bisaccia e Sant’Angelo dei Lombardi.
 
Nel migliore dei casi, come a Napoli, il Palazzo resta chiuso. Sempre più spesso, invece, la risposta ottenuta riduce l’emergenza sociale ad una questione di ordine pubblico. In ogni caso appare manifesta l’incapacità politica di ascolto e di sintonia con il Paese reale, limitando, in questo modo, il dibattito politico a crescere solo su se stesso, complice, sia nella causa che nell’effetto, una legge elettorale che, non consentendo la scelta degli eletti, isola Palazzo e classi dirigenti.
 
Il senso dell’alternativa al berlusconismo, lo ricordi innanzitutto il Pd, passa anche per questi interrogativi. Eluderli significherebbe consegnare la politica agli “Scilipoti” ed alla fiction di Palazzo. Anche per questo, Gasparri mi dia pure del terrorista, il quattordici dicembre ero alla manifestazione di Roma.

Generoso Bruno


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