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21 giugno 2010

Genova 2001. Nulla di fisiologico.

Gianni De Gennaro, capo della Polizia durante i giorni del G8 di Genova, è stato condannato ad un anno e quattro mesi, per istigazione alla falsa testimonianza. Oggi De Gennaro, attuale Direttore del Dipartimento informazioni per la sicurezza, fino alla sentenza di Cassazione, potrebbe anche non dimettersi. Preferirei, invece, che lo facesse. Il capo della Polizia, agli occhi dei cittadini, non può apparire come un mentitore. E, di menzogne, sui fatti del G8 Genova, se ne sono dette anche troppe.



Oggi, la condanna di De Gennaro, sommata a quelle degli altri funzionari della catena di comando, restituisce, dopo nove anni, una più giusta chiave interpretativa. Non solo, quindi, singole responsabilità degli esecutori, dei “garzoni di macelleria”, ma, la catena di comando, le sue responsabilità, i suoi meccanismi di autoprotezione. A Genova, in quei giorni, al di qua dei dieci varchi e delle duecentoquarantaquattro grate della zona rossa, abbiamo assistito, per davvero, alla sospensione della democrazia e del diritto. Manganelli, l’attuale capo della Polizia, il mese scorso in visita ad Avellino, durante un incontro, parlando anche di G8, pur ritenendo certi eccessi riprovevoli, arrivò a qualificare come “fisiologico”, “ogni atto che fuoriesce dall’ordinario svolgimento dell’attività”. Mi dispiace, ma a Genova, alla Diaz, non fu così. Non ci fu nulla di “fisiologico”. Fu una mattanza. Il blitz non ebbe mai alcuna autorizzazione preventiva dalla magistratura e molto ruota attorno all’introduzione, successiva all’irruzione, di due bottiglie motolov, al fine di ricostruire una plausibile “scena del crimine” e giustificare l’assalto di centinaia di agenti “caricati a molla”, dopati, dalla falsa notizia dell’uccisione di un collega.
La tortura, la cattiveria, la brutalità, la privazione di cibo, acqua e cure mediche, le ossa rotte dalle bastonate, gli schizzi di sangue sui muri, sui pavimenti, sugli spigoli dei termosifoni, i denti fatti saltare sui gradini, i corpi denudati, perquisiti, colpiti, martoriati, costretti per ore all’immobilità, gli sputi, la prigionia come degradazione al non-umano. Queste – dottor Manganelli - non sono le “smagliature” di cui racconta nei suoi convegni. Queste non sono, solamente, le responsabilità da mettere in conto a singoli appartenenti alle forze dell’ordine. La scuola Diaz e ciò che è avvenuto nella caserma di Polizia di Bolzaneto, sono il prodotto di un clima, in quei giorni, costruito ad arte. Prepararsi al possibile lancio di sacchi di sangue infetto sui poliziotti. Erano queste le cose che venivano raccontate agli agenti che avrebbero dovuto affrontare il servizio in strada. Erano queste, insieme a molte altre, le parole che servirono, non senza colpe della politica, a costruire quella montante strategia della tensione.



Quel clima, la “macelleria messicana”, non avrebbe mai potuto determinarsi, però, senza l’opportuna copertura politica del centrodestra e, in una fase successiva, quella relativa all’affossamento della proposta della Commissione parlamentare d’inchiesta, anche del centrosinistra e del governo Prodi. Non sapremo mai, quindi, probabilmente, perché non fu Scajola, allora Ministro dell’Interno, a seguire le operazioni, presso le sale operative della Questura e dei Carabinieri ma, invece, Gianfranco Fini ed altri suoi quattro parlamentari; e, forse, mai verremo a conoscenza dell’identità dell’esponente del governo che fece visita, in piena notte, complimentandosi con gli aguzzini, alla caserma di Bolzaneto. So, solamente, che arrivammo a Genova, per dichiarare che un altro mondo era ancora possibile. Qualcun altro, invece, decise di vincere, “per uno a zero”, una partita a cui nessuno di noi avrebbe mai voluto giocare.

Generoso Bruno


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