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Diario
 



1 ottobre 2012

Bruno (Pd) - Irisbus : “Contro la disperazione, ricostruire l’unità”.

           

“Sento di dover esprimere vicinanza e solidarietà ai lavoratori Irisbus fermati dinanzi al Quirinale, dalle forze dell’ordine quest’oggi, a Roma. So bene che non sono i gesti isolati o disperati a risolvere i problemi. Ma, ad oltre un anno dall’inizio della vertenza ed a dieci mesi dalla chiusura dello stabilimento Irisbus di Valle Ufita è disperante, per l’Irpinia e per il Paese, l’assenza di una risposta nel merito dei destini dei lavoratori dell’unico stabilimento che in Italia produceva autobus mentre, a norma, solo un bus su quattro, circola, nelle strade delle nostre città e, sempre più vicino, è il salasso della U.E. relativo all’ammodernamento del parco bus per il trasporto pubblico.

Il nove ottobre, al Ministero dello Sviluppo Economico, si discuterà del ricorso agli ammortizzatori sociali e del rientro, tra gli esodati, di una parte dei lavoratori dello stabilimento ufitano della Irisbus. Sara quella l’occasione per guadagnare un altro anno di respiro sulla vertenza Irisbus; tutti ancora da sciogliere, invece, restano i nodi sul destino produttivo di Valle Ufita e, più in generale, su quale politica industriale il governo debba sostenere nel settore strategico della mobilità e del trasporto pubblico. Andare oltre Monti, restituire alla politica una capacità d’intervento è anche questo. In queste ore, lo dico al sindacato ed alle forze politiche, è indispensabile adoperarsi per ritrovare, sulla vertenza, la trama di un tessuto unitario. E’ atroce, in un Paese normale, che sia la cifra della disperazione a dare voce al lavoro”.


19 ottobre 2011

Bruno (Pd) – Manifestazione FIOM: “Con i lavoratori Fiat, una piazza, contro la violenza, per i diritti e la democrazia”.

 

“Parteciperò alla manifestazione della FIOM. La crisi che con tanta veemenza sta aggredendo il Mezzogiorno e la sua struttura produttiva anche in settori che dovrebbero rappresentare per l’intero Paese dei punti di eccellenza merita una risposta diversa da parte del governo proprio nel merito delle scelte di politica industriale. A manifestare, venerdì, a Roma, saranno prevalentemente i lavoratori degli stabilimenti del gruppo Fiat che a quasi due anni dall’annuncio del piano “Fabbrica Italia” ancora non conoscono quando e con quali prodotti ricominceranno a lavorare.
E’ stato solo dalla recente corrispondenza tra l’Ad di Fiat Sergio Marchionne e la Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, in occasione della comunicazione dell’uscita del gruppo del Lingotto da Confindustria, che siamo stati messi a conoscenza della scelta di produrre, dal 2013, alla FMA di Pratola Serra, un nuovo motore benzina turbo a iniezione diretta per l'Alfa Romeo.
Questa mission produttiva, seppur capace di fornire allo stabilimento di Pratola Serra una “boccata d’ossigeno” resta, in assenza della definizione dei nuovi modelli di autovetture del gruppo, insufficiente a saturare le potenzialità dell’impianto, anche perché, di fatto, il nuovo motore previsto da Marchionne, andrà a sostituire l’attuale 1800 CC Euro 5.
Per la FMA la scarsa chiarezza del piano Fabbrica Italia resta, come per tutti gli altri stabilimenti del gruppo Fiat, un punto di domanda ancora aperto e, preoccupante, resta, più in generale, il dato d’incremento del ricorso alla cassa integrazione che le organizzazioni sindacali – sia CGIL che UIL – denunciavano, negli scorsi giorni, per i lavoratori irpini non solo nel settore metalmeccanico.
Esiste, di fatto, in Italia, una vertenza Fiat che non ha trovato, la Irisbus di Valle Ufita ne è un esempio lampante, un governo capace di costruire soluzioni differenti da quelle messe in campo dall’azienda.
Venerdì, sarò, a Roma con la FIOM anche perché ritengo sbagliata l’ordinanza del sindaco Alemanno che vieta il corteo nel giorno dello sciopero generale dei lavoratori Fiat. I gravi incidenti del 15 ottobre non possono essere utilizzati dal governo e dal sindaco di Roma per soffocare la domanda di cambiamento presente nel Paese e ridurre il malcontento sociale ad un fatto di ordine pubblico e di leggi speciali. E’ stata la stessa piazza di sabato scorso ad isolare e condannare gli atti di violenza ed oggi, ritengo, che la manifestazione dei metalmeccanici della CGIL rappresenti, in sé, un fondamentale momento di partecipazione e di democrazia contro la barbarie della violenza”.
 
 


12 gennaio 2011

La zona rossa della fiction.

Il 2010 ha lasciato, almeno, una buona notizia. Dietro i “book-blok”, gli scudi in gommapiuma con i titoli dei libri, dei cortei studenteschi, è in campo una nuova generazione che pone alla politica e non solo una radicale domanda di futuro. Una generazione che, faticando ad essere ciò che è, forse, riprende a desiderare di diventare altro rispetto al disegno che politica e potere hanno sin qui determinato.

Si spiega così, nella percezione di una precarietà, di fatto, esistenziale il voler saldare la lotta alla Legge Gelmini alle rivendicazioni su lavoro e diritti mosse dalla Fiom in un Paese in cui i lavoratori, quelli della chimica ad esempio, si dividono tra quelli che occupano l’Asinara, l’isola dei cassintegrati, o quelli che, né più né meno come i migranti di Brescia, non certo per tentare l’assalto al cielo, sono, come anche gli studenti sui tetti delle università, sulla gru a Porto Marghera.
 
 
La politica, però, non solo, per i motivi più ovvi, le forze al governo, ha una difficoltà, vera, nella costruzione di un’interfaccia con le ragioni di questo movimento e la sua domanda di cambiamento. Da una parte c’è, finalmente, la radicalità di una generazione e dall’altra, invece, le scelte di fondo, strutturali, che in ogni parte d’Europa i governi hanno voluto, potuto e, forse, dovuto costruire. C’è un filo rosso che ha unito le manifestazioni italiane a quelle di Londra, di Atene o a quelle francesi d’inizio autunno e l'accrescersi della distanza tra ricchezza e povertà e la negazione stessa del futuro della società sono pure le cause scatenanti delle rivolte in Tunisia, Algeria ed in tutta l'area del Maghreb.
 
Un legame che si pone oltre ogni elemento, in Europa, anche di segno “estetico” - gli scudi con i titoli dei libri o l’assedio dei palazzi - ma che si fonda, più in generale, sulla sensazione di un’intera generazione che si sente strappare il futuro dalle proprie stesse carni.
 
In piazza, in tutte le piazze, c’è quindi l’interrogativo di chi, di fronte a sé, percepisce una prospettiva di vita non più sostenuta dai diritti e dalle tutele delle generazioni dei propri padri. Nell’Europa della moneta unica è, quindi, in via di formazione una nuova cittadinanza europea che, muovendo dalla crisi stessa, non trova più sufficienti le risposte dei singoli stati nazionali. Se è la crisi, però, a generare cittadinanza ci troviamo di fronte, in maniera paradossale, al rovesciamento della polis in cui politiche liberiste ed antipopolari, mediante l’incremento dei livelli di esclusione, finiscono con il determinare, definitivamente, un confine, una linea di limes, tra un dentro ed un fuori.
 
E’ nell’evidenza di questa separatezza, tra politica e realtà, che si consuma, come nel 2001 a Genova, “l’assedio” alla “zona rossa” o al Palazzo, a Roma il 14 dicembre scorso o, qualche mese fa, a Napoli, dei cittadini irpini, non ricevuti da Caldoro, contro la soppressione degli ospedali di Bisaccia e Sant’Angelo dei Lombardi.
 
Nel migliore dei casi, come a Napoli, il Palazzo resta chiuso. Sempre più spesso, invece, la risposta ottenuta riduce l’emergenza sociale ad una questione di ordine pubblico. In ogni caso appare manifesta l’incapacità politica di ascolto e di sintonia con il Paese reale, limitando, in questo modo, il dibattito politico a crescere solo su se stesso, complice, sia nella causa che nell’effetto, una legge elettorale che, non consentendo la scelta degli eletti, isola Palazzo e classi dirigenti.
 
Il senso dell’alternativa al berlusconismo, lo ricordi innanzitutto il Pd, passa anche per questi interrogativi. Eluderli significherebbe consegnare la politica agli “Scilipoti” ed alla fiction di Palazzo. Anche per questo, Gasparri mi dia pure del terrorista, il quattordici dicembre ero alla manifestazione di Roma.

Generoso Bruno


25 ottobre 2010

Il furto delle parole al tempo della crisi.

Può non piacere, ma il 16 ottobre, a Roma, c’era un popolo che nelle sue parole – lavoro, diritti, democrazia, legalità e contratto – insieme alla Fiom, ha provato a rilanciare il tema dell’alternativa. E’su quelle parole, quindi, insieme a molte altre, che bisognerà misurare il tema del cambiamento e l’uscita dal berlusconismo.

“Le parole sono importanti”, ricordava Nanni Moretti in uno dei suoi film e la crisi delle sinistre e delle socialdemocrazie europee, la subalternità ideologica, della sinistra e dei suoi leader, all’idea di società che le stesse politiche neoliberiste andavano strutturando, è confermata dall’eviscerazione, dallo svuotamento di senso, di molte delle sue parole. Da troppo tempo, purtroppo, il tema della modernità ha finito con il coincidere con politiche di compressione e di riduzione dei diritti.

E’ di questi giorni, in Francia, il tentativo sarkozista di “riforma” delle pensioni. Ancora una volta, quindi, è con l’uso della parola “riforma” che viene annunciata e promossa l’ennesima aggressione al modello di civiltà europeo.
 
Roma, 16 ottobre 2010 - Foto di Giovanni Rosato.
Roma, 16 ottobre 2010 (foto di Giovanni Rosato).
 
Il capovolgimento semantico di molte delle parole di progresso ha fatto assumere pensieri e caratteristiche, diversi ed opposte, ai suoni del linguaggio, individuando, così, per il logos,una nuova “differenza” ed un’altra realtà specifica.
 
L’assenza delle parole, la mancanza di un lessico, ha, quasi, generato, a sinistra, quindi, la fine di una narrazione e l’abbandono di una speranza.
E’questo il motivo per il quale proteggo, anche nella loro “parzialità” e nella loro “tematicità”, le parole della piazza dei metalmeccanici della Cgil.
 
Per tutti questi anni, la spoliazione del lessico, il rovesciamento di senso delle parole, la sostanziale assunzione, a sinistra, dei modelli economico-sociali dominanti ha contribuito, nella mutazione del lavoro e nel ripiegamento difensivo, ormai trentennale, dei conflitti, a far identificare, purtroppo, come “conservatrici” quelle condotte sindacali che hanno provato a fare argine all’onda liberista.
 
Troppo spesso, nella temperie della crisi delle socialdemocrazie europee, il centrosinistra, pur cogliendo le modificazioni e le alterazioni della natura del lavoro e delle strutture economiche, si è trovato nell’incapacità a proporre programmi politici adeguati al livello delle trasformazioni delle strutture produttive misurando, quasi, la capacità della leadership in base al grado di rottura con il fronte sindacale e con le culture politiche del novecento.
 
Il Partito Democratico, però, non può rinunciare ad essere elaborazione di una nuova cultura politica che non può non trovare nel lavoro un tema ed un profilo identitario. Specialmente oggi, quando chi rappresenta il lavoro è diviso, una “declinazione autonoma” del Pd è utile ad aprire il dialogo sul tema dell’unità sindacale e sulla qualità del profilo dell’alternativa a Berlusconi.
 
E’ inaccettabile, nelle fila dei democratici, il gioco di sponda, tutto ad uso interno, costruito sulle divisioni del sindacato ed ancor di più l’accettazione del paradigma del conflitto tra le generazioni, tra presunti garantiti ed invisibili, tra ipotetici nord ed altrettanto ipotetici sud, secondo cui occorre togliere qualcosa a qualcuno per consegnarla a qualcun altro. Il Pd, invece, ha il compito di ricucire, provando ad unire dove altri dividono, le distanze tra gli interessi sociali ed economici mortificati ed isolati dalla sofferenza della crisi attuale.
E’ questa l’unica via per uscire dal berlusconismo e restituire futuro al Paese.
 

Generoso Bruno


4 ottobre 2010

Con la Fiom per i diritti e l’alternativa.

DICHIARAZIONE STAMPA

 

“Ho ritenuto importante, questa mattina, partecipare all’assemblea della FIOM – CGIL in preparazione della manifestazione del 16 ottobre. E’ stato incredibile, una reale esasperazione del conflitto, il fuoco incrociato cui il sindacato dei metalmeccanici della CGIL, per tutti questi mesi, è stato sottoposto. Mentre il referendum di Pomigliano apriva una nuova fase nel ridisegno dei rapporti tra lavoro e diritti; il governo Berlusconi, come una clava, usava la crisi per colpire il salario, aumentare la flessibilità e disarcionare il sindacato.La crescita della disoccupazione, lo stallo dei mercati interni, la diminuzione del potere d’acquisto, intanto, hanno costituito il prezzo che il Paese reale sta pagando alla crisi. Anche i tre euro su ogni ricetta medica ed i dieci euro per ogni visita specialistica stabiliti dalla giunta Caldoro, riguardo all’introduzione dei superbonus sulla sanità – senza sconti, neppure per gli operai cassintegrati – sono il prezzo che il centrodestra fa pagare ai lavoratori. C’è, oggi, la necessitàd’intervenire all’interno della divaricazione – esasperata dal berlusconismo – tra Carta fondamentale e costituzione materiale, proprio a cominciare dal lavoro, quello che c’è e quello che, invece, ci dovrebbe essere.La vertenza Irpinia, racconta tutto questo, uscire dal berlusconismo, decolonizzare gli immaginari, costruire l’alternativa, passa anche per l’iniziativa della FIOM e, quindi, per la manifestazione del 16 ottobre. E’ per questo, che bisognerà esserci”.

 


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