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Diario
 



26 febbraio 2012

L’articolo 18 e l’ideologia della crisi.

“E’ la crisi bellezza”. E’questo, più o meno, quello che da un po’ di tempo in Italia ci sentiamo ripetere ad ogni piè sospinto. Da poco più di cento giorni, da quando, cioè, è entrato in carica il governo Monti avviene, almeno, senza le negazioni o le smentite che, per anni, hanno caratterizzato le dichiarazioni di Berlusconi e dei suoi ministri. La crisi dell’Europa in recessione che lascia, in Italia, centinaia di piccole e medie imprese senza lavoro e senza credito, è sentita in maniera deflagrante dalle nostre famiglie; la paura, il calo dei consumi e la difficoltà, specialmente per donne e giovani, nell’accesso al lavoro sono i tratti distintivi ed immediatamente percepibili della fase. Occorre, dunque, poter lavorare sulla crescita. Le liberalizzazioni, il taglio dei legacci che tengono troppo fermi interi settori della vita economica del Paese, sono quantomeno necessarie e dovrebbero costituire la prima gamba dell’intervento. L’altra, invece, riguarda, o, almeno, dovrebbe riguardare, la centralità delle politiche per il lavoro, quello vero, quello che non c’è, quello per le donne e gli uomini in carne e ossa.

La risposta dei “tecnici” per i paesi dell’eurozona, invece, ha trovato la sua sostanza in un intervento, massiccio, in favore delle banche e della finanza. La crisi, ormai, sembra quasi affermarsi come momento “costituente” dell’unità delle politiche continentali che, da stato di eccezione, tracimando il dato economico, invade le nostre vite e diviene regola.
La crisi, come debito infinito ed inestinguibile dalle risposte, per i singoli individui e per i popoli interi, non meno doverose ed onerose, si sta autodeterminando come vera e propria metafisica della modernità.
E’ qui, è in questo momento, che la risposta alla crisi, nella sublimazione della sua componente tecnica ed economicista, si fa ideologia.
E’ proprio la centralità della finanza, infatti, a caratterizzare le politiche dell’attuale fase costituente dove, su base continentale, sia la riforma del mercato del lavoro varata dalle destre in Spagna e sia la querelle sull’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori in Italia sono le spie che segnalano la volontà al ridimensionamento dell’intero sistema sociale europeo e, come chiaramente a partire dal caso Fiat sta avvenendo in Italia, delle organizzazioni che rappresentano la difesa dei diritti dei lavoratori.
E’ questa e non altra la principale tensione, con i relativi posizionamenti nazionali e territoriali, che, in questi giorni, sta attraversando il Partito Democratico.
Anche per questo, arriverà il momento della chiarezza. Al momento - diversamente da come muove Ricciardi nel suo contributo al Corriere - sono del parere che bisogna “stare sul pezzo” e dire le cose per come stanno: il Pd difende l’articolo 18 e lavora ad una riforma del mercato del lavoro come momento condiviso del rapporto tra governo e parti sociali.
Ritengo pericolosa la contrapposizione tra le generazioni, tra presunti garantiti e generazioni invisibili nonché socialmente e culturalmente disgregante l’idea che per riconoscere nuovi diritti a qualcuno si debba toglierli a qualcun altro.  
L’articolo 18, contrariamente a quanto affermato anche da Marchionne, non frena né gli investimenti e né le assunzioni. L’articolo 18 è un diritto che si applica nelle aziende con più di quindici dipendenti e dice, semplicemente, che se un lavoratore viene licenziato, senza giusta causa, deve poter riprendere il suo posto di lavoro.
E’, quindi, un fatto di dignità. Come di dignità ci parla pure la vicenda di Barozzino, Lamorte e Pignatelli, i tre operai della Fiat di Melfi.
La sentenza favorevole al reintegro più che sull’articolo 18, è basata, in questo caso, sui comportamenti antisindacali dell’azienda e contribuisce a smontare, sottraendone la pietra angolare, l’architettura su lavoro, diritti e relazioni sindacali, che Marchionne e la Fiat hanno costruito nei passaggi referendari di Pomigliano e di Mirafiori ma che solo a voler considerare il tema della successione ad Emma Marcegaglia alla guida di Confindustria sono rivelatori della permeabilità del sistema Italia alle scelte del Lingotto.
Per il Partito Democratico, invece, cresce la necessità di una più forte definizione di senso. Per quello che mi riguarda, è chiaro, già oggi, da quale parte stare.
 
Generoso Bruno

 


24 dicembre 2011

L’Irisbus e l’Irpinia, prima e dopo Cristo.

 

E’ appena trascorso l’ultimo giorno per la Irisbus di Valle Ufita. Da ieri, per effetto dell’accordo sottoscritto presso il Ministero del Lavoro, la Fiat ha chiuso, dopo Imola e nello stesso giorno di Termini Imerese, il suo terzo stabilimento in Italia. Quella della Irisbus di Valle Ufita è stata, per il gruppo Fiat, l’ultima vertenza industriale “avanti Cristo”. La firma sulla chiusura dello stabilimento ufitano è avvenuta il giorno stesso della presentazione, al Gianbattista Vico, della nuova Panda e qualche ora dopo la firma dell’accordo separato di Torino che estende il modello Pomigliano a tutti gli stabilimenti industriali del gruppo del Lingotto. Con la chiusura della Irisbus, l’Irpinia, principalmente, ma non solo, finisce con il pagare l’ennesimo disastro dei governi di centrodestra che, per anni, hanno tenuto colpevolmente separate le politiche economiche dalle politiche industriali e se, malauguratamente, dovesse fallire il tavolo, già convocato per il 13 gennaio, inerente il rilancio dell’attività produttiva dello stabilimento ufitano, quello siglato presso il Ministero del Lavoro sarebbe l’epilogo – tristissimo – non solo dell’ennesima azienda che chiude nel Mezzogiorno ma della fine dell’intero segmento strategico di produzioni legato al trasporto pubblico sull’intero territorio nazionale. “Irisbus non ha mai guadagnato una lira nella sua storia”. Sono state queste le parole che Marchionne ha speso per Irisbus nel giorno in cui a Pomigliano autografava la nuova Panda. Così non è. Irisbus, in Italia, è il marchio che ha la quota di mercato più forte (41,7% nel 2008, 38,1% nel 2009, 40,3% nel 2010) seguito da Evobus, del gruppo Mercedes, la cui produzione è interamente realizzata all’estero, che è salita dal 25,9% del 2008 al 29,7 del 2010. E’ vero, invece, che il mercato italiano degli autobus, condizionato, necessariamente, dalla domanda pubblica per il trasporto locale, negli ultimi tre anni ha avuto un andamento oscillante ed in progressiva contrazione. Di controcanto, però, occorre sempre ricordare che in Italia continuano a circolare almeno ventimila bus non a norma rispetto gli standard di legge in materia di emissioni inquinanti e sempre più necessario, resta il tema dell’ammodernamento del parco macchine delle società di trasporto. Stretti tra le prossime sanzioni europee sul settore e la necessità di rifinanziare il trasporto pubblico urbano che il governo Berlusconi, a partire dal 2012 e fino al 2015, aveva, completamente, annullato, probabilmente, per l’Italia, si apriranno, comunque, nuove opportunità per il settore. Troppo facile, per Fiat, la decisione di voler cessare l’attività di Irisbus e magari, continuando a conservare un ruolo leader, vendere, nelle nuove condizioni di mercato, in Italia, bus fabbricati altrove. Occorre premere sul governo Monti e sul Ministro Passera affinché non si butti via il percorso parlamentare costruito, sin qui, sul finanziamento al trasporto urbano investendo, da subito, sull’incontro del 13 gennaio al Ministero per lo Sviluppo Economico a partire dal tema della mission produttiva dello stabilimento ufitano che, forse deludendo Fiat, può restare ancora legata alle produzioni per il trasporto pubblico. Ben venga, se c’è, l’Amsia o un nuovo interlocutore che, a cominciare da BredaMenarini, il governo può contribuire ad individuare. Si riparta, però, in Valle Ufita, dalla produzione di autobus. Neppure a Marchionne è consentito, come Giano bifronte, avere due volti: monopolista – su Irisbus e trasporto pubblico – con il governo e le pubbliche amministrazioni e iper-liberista – a Pomigliano – su organizzazione, diritti e lavoro. Se l’Irpinia della Irisbus è stata, quindi, la coda della Fiat “avanti Cristo”, è legittimo domandarsi qual è il ruolo di questo territorio nelle strategie Fiat del dopo Pomigliano. Che sarà dell’Irpinia e dell’automotive nella Fiat del “dopo Cristo”? Il piano Fabbrica Italia avrebbe dovuto garantire un investimento di venti miliardi. Al momento, a fronte dell’annuncio il gruppo del Lingotto ne ha investiti solo ottocento, unicamente su Pomigliano. A poco sono servite le sollecitazioni, anche da parte della Consob, riguardo alla necessità di chiarire il tema degli investimenti in una verifica, stabilimento per stabilimento, dello stesso piano Fiat. Se in America, Sergio Marchionne ha dovuto indicare le produzioni e presentare un piano industriale di oltre 280 pagine, in Italia, invece, il piano Fabbrica Italia, lo si è presentato a colpi di annunci e comunicati stampa e, ad esempio, è stato solo dalla corrispondenza tra l’Ad di Fiat e la Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia che siamo stati messi a conoscenza della scelta di produrre, dal 2013, alla FMA di Pratola Serra, un nuovo motore benzina turbo a iniezione diretta per l'Alfa Romeo. La nuova produzione, seppur capace di fornire allo stabilimento di Pratola Serra una “boccata d’ossigeno” resta, in assenza della definizione dei nuovi modelli di autovetture, comunque insufficiente a saturare le potenzialità dell’impianto, anche perché, di fatto, il nuovo motore previsto da Marchionne, andrà a sostituire l’attuale 1800 CC Euro 5. Per la FMA, quindi, la scarsa chiarezza del piano Fabbrica Italia resta, come per tutti gli altri stabilimenti del gruppo Fiat, un punto di domanda ancora aperto. Intanto, come sancito dall’ultimo accordo siglato in Regione Campania, per i lavoratori di Pratola Serra, anche quello venturo, per evento improvviso ed imprevisto, sarà un nuovo anno, forse pure, come dice Marchionne, “dopo Cristo”, ma pur sempre di cassa integrazione.
 
Generoso Bruno


13 dicembre 2011

Bruno (PD) – Irisbus: “Superare il ritardo prodotto da Romani e Berlusconi”.

 

“L’incontro di questa mattina tra Massimo D’Alema ed il Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, in merito alle principali vertenze campane, confermano l’attenzione del Partito Democratico sui temi del lavoro, del Mezzogiorno e della crisi.
Riguardo alla Irisbus, occorre evitare la dismissione di un pezzo fondamentale dell’apparato produttivo irpino. Non è possibile uscire dalla crisi attraverso la cancellazione di pezzi indispensabili e strategici dell’industria nazionale.
Il tema del trasporto pubblico urbano e della sorte dello stabilimento Irisbus in Valle Ufita non possono non incrociare soluzioni capaci di garantire produzione ed occupazione. Ritengo necessario lavorare con serietà per superare il grave ritardo che l’ex Ministro Romani ed il precedente governo hanno determinato per l’Irpinia ed il Mezzogiorno in merito alla vertenza Irisbus ed alle politiche per lo sviluppo economico”.
 
 
 
 
 
LAVORO: INCONTRO PASSERA-D'ALEMA SU AZIENDE CAMPANIA EX PREMIER, HO CHIESTO IMPEGNO ATTIVO PER SALVAGUARDIA (ANSA) - ROMA, 13 DIC –
 
"Ho incontrato, questa mattina, il ministro Corrado Passera per riferirgli delle situazioni delle aziende Firema, Irisbus e Fincantieri di Castellammare di Stabia, che ho visitato la settimana scorsa". E' quanto afferma Massimo D'Alema, il quale sottolinea di avere chiesto al governo "un impegno attivo per salvaguardare attivita' produttive fondamentali per la Campania e il Mezzogiorno. Il ministro Passera - prosegue l'esponente del PD - ha assicurato il massimo impegno da parte del ministero dello Sviluppo economico sulle vertenze in atto, allo scopo di favorire soluzioni che garantiscano produzione e occupazione".
(ANSA).


25 ottobre 2011

Irisbus, un minuto in più.

“Arrivano i cinesi”. A giorni, dunque, in Valle Ufita, è previsto un primo sopralluogo dei tecnici dell’Amsia motor limited per visionare lo stabilimento e le modalità di funzionamento dell’impianto. “Arrivano i cinesi” e, in Irpinia, sembra quasi che il romanzo di Ermanno Rea – La Dismissione – possa rovesciarsi. Lì, all’Ilva di Bagnoli - “Ferropoli” - per smontare le Colate Continue, qui, in Valle Ufita, invece, per rimettere in funzione l’impianto di cataforesi, la verniciatura robotizzata, dello stabilimento di Flumeri. Controcanto della globalizzazione? Può essere. Siamo ad oltre cento giorni dall’apertura della vertenza Irisbus ed è, abbondantemente, superato anche il giro di boa del primo ottobre che, nell’iniziale preliminare di vendita, avrebbe dovuto segnare il passaggio dello stabilimento ufitano dal gruppo Fiat a quello Di Risio con la conseguente dismissione, sul territorio nazionale, delle produzioni per il trasporto pubblico urbano. Pochi, all’inizio del mese di luglio, sono convinto, avrebbero scommesso, anche meno di un soldo, sull’unità e sulla capacità di resistenza dei lavoratori dello stabilimento di Flumeri. A questi lavoratori, da ormai più di tre mesi senza salario, va riconosciuto il merito di aver articolato, per l’Irpinia, una fondamentale battaglia d’interesse generale che oltre a difendere un pezzo di Mezzogiorno, al pari di altre vertenze nazionali – Termini Imerese, Eutelia, Vinyls ed Alenia – ha trovato la forza di parlare all’intero Paese. E, sempre all’intero Paese, nel merito e nella modalità della “gestione del conflitto”, parlano pure le lettere di “sospensione cautelare”, inviate, per primi, dal gruppo del Lingotto agli Rsu Dario Meninno e Raffaele Colello, oltre che ad almeno un’altra decina di lavoratori Irisbus. Troppe, in anni recenti, sono state le crisi industriali in aree geografiche diverse ed economicamente anche più forti ed avanzate che, con meno clamore, hanno assecondato il processo di “modernizzazione regressiva”, in anni in cui il “lavoro solido”, nella sua corporeità materiale fatta di fatica e di ripetizione, è stato progressivamente travolto dalla liquefazione del mondo sociale e, in un processo di decostruzione, ridotto a residuo. La risposta che invece arriva dai cancelli di Valle Ufita, si oppone all’idea, sciagurata, che in Italia si possa ripartire - uscire dalla crisi - cancellando pezzi indispensabili e strategici dell’industria nazionale. In una provincia in cui nonostante l’enorme flusso di denaro pubblico, garantito in passato da una classe dirigente importante, le nostre comunità ancora sono terra di partenza per nuove emigrazioni e, con difficoltà, prendono forma e sostanza nuovi assets di sviluppo, a preoccupare è, sicuramente, l’assenza della politica – il centrodestra – che, nella sua filiera, Provincia, Regione e governo nazionale, avrebbe potuto e, in una qualche maniera, dovuto caratterizzarsi nell’offrire una sponda migliore nella gestione dell’attuale crisi industriale. Le condizioni c’erano tutte: un forte profilo unitario tra le organizzazioni irpine – sindacali e datoriali – sostanziato dalla firma in calce al “Patto per lo sviluppo”; la necessità della Regione Campania di farsi carico, per la sua parte, del rinnovo del parco autobus e, per dare ossigeno alla domanda, della battaglia più generale dello sblocco dei fondi FAS; la possibilità, per la Provincia di Avellino, di costituire un tavolo di crisi capace di essere, oltre che un legittimo riferimento territoriale, anche un momento di valorizzazione dell’intero sistema irpino, tra Fiat ed indotto, nella relazione, sempre più stringente, che questo settore dell’automotive deve avere con la ricerca ed il mondo dell’università nel rapporto tra produzioni, mobilità e sostenibilità ambientale. Il governo nazionale, invece, avrebbe dovuto operare, anziché per chiuderle, per tenerle aperte, le fabbriche; sostenendo, per il Paese, l’elemento strategico delle produzioni legate al trasporto pubblico, lavorando al tema del finanziamento di un Piano nazionale dei trasporti sia nel tentativo di conservare la relazione, in Italia, tra il gruppo Fiat e questo tipo di produzioni e sia provando ad orientare diversamente Finmeccanica che con la Bredamenarini opera sullo stesso segmento, magari, provando anche ad unificare la soluzione alle due vertenze. Intanto, riguardo alla Fiat, non è il governo ma la Consob, la Commissione di controllo sulla Borsa, che, a tutela del mercato, legittimamente, chiede a Marchionne, per il prossimo 27 ottobre, in occasione della pubblicazione dei dati della trimestrale, di far chiarezza sul futuro degli stabilimenti italiani. Nei fatti, a quasi due anni dall’annuncio del piano “Fabbrica Italia”, i lavoratori del gruppo ancora non conoscono quando e con quali prodotti ricominceranno a lavorare. Sin dall’inizio, i limiti della vertenza Irisbus, li abbiamo, giustamente, riconosciuti sia nella chiusura delle posizioni del gruppo Fiat e sia nella debolezza del governo Berlusconi in materia di politiche industriali. A questo punto, però, sembra davvero tornare utile un antico adagio da vecchi sindacalisti: “Resistere un minuto in più del padrone”. Ma, e, quanto prima, c’è d’auspicarselo, occorre durare almeno un minuto in più anche di questo governo.

Generoso Bruno


25 settembre 2011

Irisbus: Tra i lavoratori, prevalga l’unità.

Generoso Bruno (Pd) - Irisbus : “In assemblea, tra i lavoratori, vinca l’unità”.

“Le prossime ore, per l’Irisbus, saranno delicatissime. In assemblea, sindacato e lavoratori sono chiamati a mantenere fermo il profilo unitario che, sin qui, ha caratterizzato la lotta per lo stabilimento ufitano. A questi lavoratori, in sciopero, e quindi senza salario, da ormai quasi tre mesi va riconosciuto il merito di aver articolato, per l’Irpinia, una fondamentale battaglia generale che oltre a difendere un pezzo del Mezzogiorno, al pari di altre vertenze nazionali – Termini Imerese, Eutelia, Vinyls ed Alenia – parla all’intero Paese. Il messaggio che arriva dai cancelli di Valle Ufita si oppone all’idea, sciagurata, che in Italia sia possibile ripartire, uscire dalla crisi, cancellando pezzi indispensabili e strategici dell’industria nazionale. Il compito della politica, sul caso Irisbus, è quello di costruire, già dalla prossima finanziaria prevista per la metà di ottobre, il trasferimento di fondi che, mediante il Piano nazionale del trasporto pubblico, siano utili a sostenere una nuova domanda delle Regioni per il rinnovo del parco autobus.
L’altro giorno, davanti ai cancelli della Irisbus, insieme a Stefano Fassina, ai lavoratori, abbiamo detto queste cose. Abbiamo garantito che il Partito Democratico è impegnato su questo percorso. Dopo oltre ottanta giorni, la stanchezza è tanta. Sono certo, però, che i lavoratori sapranno con lucidità, nella loro assemblea, tenere aperto questo fondamentale canale d’intervento per la politica nonostante Marchionne, il Ministro Romani ed il governo Berlusconi”.  

Foto di Amerigo Ferrara


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