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Diario
 



13 agosto 2009

Temi d’autunno.

E’ di questi giorni l’allarme che arriva dalle aziende irpine. La minaccia dei trenta licenziamenti alla Novolegno, il mancato rinnovo del contratto, scaduto a fine luglio, per cinquantatre lavoratori della Ema di Morra De Sanctis e le vertenze aperte alla Fma, alla Denso, alla Cablauto, all’Irisbus, all’Almec, all’Italdata, ed alla Tecnostampi sembrano però, già anticipare il clima ed il segno dell’autunno prossimo venturo.

L’elenco delle aziende finisce con il costituire non solo la narrazione dell’attuale crisi di sistema ma mette alla corda quell’idea di sviluppo che ha legato, nei grandi numeri, questi territori alla fabbrica metalmeccanica e, quindi, alla Fiat ed al suo indotto.



Dato, quest’ultimo, che trova valore specialmente se messo a confronto, seppur nella differenza di peso specifico, con la risposta, che giunge dai settori dell’agroalimentare e della filiera del vino e del gusto, che lascia intravedere una possibilità per un Mezzogiorno capace di rispondere alla crisi partendo dalla qualità delle proprie vocazioni territoriali. Ancora, con il poeta di Casarsa, l’anima di questa terra, sembra essere il vecchio fango.

Nei prossimi mesi, però, ci troveremo nella necessità di affrontare l’ennesima battaglia in difesa del lavoro sostenendo il rinnovo della scommessa che l’Irpinia ha già fatto con il gruppo Fiat, dalle nuove commesse per l’indotto al nuovo motore - si spera - da mettere in produzione alla Fma di Pratola Serra.

Alla politica, al sindacato, alle nostre comunità toccherà, quindi, ancora una volta, provare a difendere il lavoro, quello che c’è e quello che resta, all’interno di un contesto che, in questo momento, oltre la crisi, sembra essere doppiamente penalizzante.

E’ la stessa proposta delle gabbie salariali, oggi, per questo Mezzogiorno, a determinare la messa in discussione radicale, a partire dal tema del lavoro, del patto di unità nazionale. Proseguendo – dopo la spoliazione dei fondi Fas – lungo la linea tracciata da coloro – Lega e non solo - che hanno operato, concretamente, nei fatti, per l’abolizione della “questione meridionale” dai temi dell’agenda nazionale.

L’idea del piano Marshall per il Sud è figlia di una semplificazione autoritaria tesa a rimuovere la necessità di un confronto plurale e ad evitare la fatica della cooperazione istituzionale rimandando il tema del necessario consenso sociale all’applauso, questo si d’avanspettacolo, riscosso dal capocomico.

In un Mezzogiorno in cui convivono degrado ed eccellenza, intervenire sul Sud, anzi, al plurale, sui sud, vuol dire, soprattutto, coordinare il lavoro dei territori e fra le Regioni. Abbiamo bisogno di collegare due grandi porti del Mediterraneo, Napoli e Bari, ricercando senso e ruolo per le aree interne. E’ questo, in estrema sintesi, il senso della “Piattaforma logistica integrata del Mediterraneo”.

La stessa Banca del Sud di Tremonti, arriva dopo che l’intero sistema creditizio presente nel Mezzogiorno è stato assorbito dalle grandi banche – Intesa ed Unicredit - del Nord del Paese. Il ministro assume a modello di riferimento il credito cooperativo dichiarando, quasi rimpiangendo il penoso clientelismo delle vecchie banche meridionali, che “le banche che operano nel territorio ma che del territorio non sono, non bastano”.

In verità le piccole imprese, specialmente quel tipo di imprenditoria giovane che ha trovato possibilità con i fondi europei, chiede un sistema creditizio capace di investire sull’idea, sul progetto che si lega al territorio e sulla fiducia di una scommessa di vita. Mancando quest’etica, l’intero sistema creditizio continuerà a muoversi quasi esclusivamente a vantaggio di chi, in qualche modo, i soldi già li tiene, rendendo difficilissimo l’accesso al credito e, quindi, alla praticabilità, per tante idee, di farsi impresa. Accesso al credito e, dunque, efficacia della burocrazia pubblica.

Ancora una volta, se esiste qualcosa da riscoprire e recuperare è la vocazione europea del Mezzogiorno e delle sue capitali in un momento in cui, oltre all'abusata fuga dei cervelli, l’unità del Paese è tanto debole che pare tenuta assieme dal filo dei binari percorsi dai tanti pendolari della lunga distanza – i giovani meridionali che partono, verso il Nord, per quattro o cinque giornate di lavoro – messa in discussione, come il loro sonno stanco, ad ogni sobbalzo.

Da alcuni mesi, guardando le bellissime fotografie contenute nel volume “Avellino: Le pietre e la polvere”, incrociavo, catturati nel bianco e nero delle ultime immagini, gli sguardi della mia generazione. In uno degli scatti ho provato a contare quanti, negli anni, hanno trovato l’opportunità di costruire futuro in questa provincia, eliminando, mentalmente, dall’immagine, quelle ragazze e quei ragazzi, invece, capitati altrove. Restava il grigio indistinto della moltitudine dei corpi sullo sfondo ed il bianco che cancellava la fotografia e, progressivamente, la speranza. E’ questa la colpa della politica. Anche di questo dovrà ragionare l’autunno ed il congresso del Partito Democratico.

Generoso Bruno


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