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Diario
 



26 marzo 2011

Un "link" irpino per il 9 aprile.

DICHIARAZIONE STAMPA

Il 9 aprile si mobilita una generazione. Il tema è quello della precarietà. In ogni capoluogo di regione ci sarà un corteo.

Ritengo utile, nel tentativo di rafforzare questa vertenza, che anche l'Irpinia sia presente non solo, genericamente, alla manifestazione napoletana ma, in maniera più efficace, attraverso la costruzione di un vero percorso di mobilitazione.

E' utile, quindi, la costituzione, aperta ed orizzontale, con singoli, organizzazioni politiche ed associazioni, di un nostro specifico nodo territoriale.

Da diverse settimane ho aderito all’appello promosso dalla rete “il nostro tempo è adesso” per la mobilitazione nazionale, il 9 aprile 2011, del mondo del lavoro precario.

E’ tempo di aprire, finalmente, una nuova vertenza generazionale dichiarando, una volta per tutte, terminato il tempo dell’illusione di una salvezza individuale.

Occorre, sul tema del futuro, la costruzione di un nuovo protagonismo comune, collettivo, diffuso.

Il lavoro flessibile e precario è, ormai, divenuto simbolo e cifra del nostro tempo presente insieme ad un elemento di pericolosa atomizzazione delle dinamiche sociali.

C’è bisogno che una nuova generazione rompa il guscio delle proprie solitudini e cominci a guardare al futuro combattendo l’egemonia di un tempo presente che ci vuole precari, atipici, invisibili ed incapaci di costruire percorsi di autodeterminazione.

Mi piacerebbe che anche l’Irpinia con i suoi giovani in partenza e con quelli che ancora possono contare sull’aiuto delle proprie famiglie, con quelli che, anche qui, provano a faticare, con i suoi precari impegnati nelle pubbliche amministrazioni e con le sue incertezze sull’automotive e su tutta la partita dell’industrializzazione e del Piano strategico, il 9 aprile, possa far sentire, nella mobilitazione campana, la propria voce.

Anche qui, è questo l'invito a chi ci vuole stare, mettiamoci in rete.

Perché, in definitiva, il 9 aprile è un fatto di orizzonte. Perché, come dice lo slogan della mobilitazione: “La vita non aspetta, il nostro tempo è adesso”.


25 marzo 2011

9 aprile, mettiamoci in rete.

DICHIARAZIONE STAMPA

Anche qui, anche in Irpinia, mettiamoci in rete. Da diverse settimane ho aderito all’appello promosso dalla rete “il nostro tempo è adesso” per la mobilitazione nazionale, il 9 aprile 2011, del mondo del lavoro precario.

E’ tempo di aprire, finalmente, una nuova vertenza generazionale dichiarando, una volta per tutte, terminato il tempo dell’illusione di una salvezza individuale.

Occorre, sul tema del futuro, la costruzione di un nuovo protagonismo comune, collettivo, diffuso. Il lavoro flessibile e precario è, ormai, divenuto simbolo e cifra del nostro tempo presente insieme ad un elemento di pericolosa atomizzazione delle dinamiche sociali.

C’è bisogno che una nuova generazione rompa il guscio delle proprie solitudini e cominci a guardare al futuro combattendo l’egemonia di un tempo presente che ci vuole precari, atipici, invisibili ed incapaci di costruire percorsi di autodeterminazione.
 
Non ho mai creduto alla contrapposizione tra garantiti e no, e, men che meno, potrei farlo adesso quando, come per un effetto di scivolamento, le politiche del tempo della crisi, contraddicendo tutti i proclami fatti sin qui, invece che condurre alla stabilizzazione progressiva - quante volte si è sentito parlare di flessibilità “in entrata” nel mercato del lavoro - aprono, al contrario, il lavoro stabile ad elementi, strutturali, di precarietà.
 
 
Anche questo, oltre che il tentativo di riscrittura dei rapporti tra impresa e parti sociali, sono stati i referendum di Marchionne alla Fiat di Pomigliano e Mirafiori.
 
Sia chiaro, i diritti non sono variabili dipendenti dal mercato ed è, quindi, inaccettabile, come pure qualcuno suggerisce, il tema del conflitto tra le generazioni, tra presunti garantiti ed invisibili, tra ipotetici nord ed altrettanto ipotetici sud, secondo cui occorre togliere qualcosa a qualcuno per consegnarla a qualcun altro.
 
Mi piacerebbe che anche l’Irpinia con i suoi giovani in partenza e con quelli che ancora possono contare sull’aiuto delle proprie famiglie, con i suoi precari impegnati nelle pubbliche amministrazioni e con le sue incertezze sull’automotive e su tutta la partita dell’industrializzazione contenuta nella vertenza del Piano strategico, il 9 aprile, possa far sentire, nella mobilitazione campana, la propria voce.
 
Anche qui, è questo un invito a chi ci vuole stare, mettiamoci in rete.
Perché, in definitiva, il 9 aprile è un fatto di orizzonte. Perché, come dice lo slogan della mobilitazione: “La vita non aspetta, il nostro tempo è adesso”.

www.ilnostrotempoeadesso.it


4 marzo 2011

La Costituzione a 451 gradi Fahrenheit.

L’Italia è ancora una repubblica fondata sul lavoro? E’ questo l’interrogativo che, insieme a Guglielmo Epifani, i democratici avellinesi hanno provato a sciogliere.

L’aggiunta del punto interrogativo, sostanzialmente, dopo il primo capoverso della Costituzione italiana ci restituisce, per intero, tutti i dubbi sull’attuale fase politica trasformando uno dei principi fondamentali della nostra Carta nella domanda chiave dei giorni presenti.

I costituenti individuarono nel lavoro il valore fondamentale capace di qualificare sia la forma di Stato che il perseguimento di una politica di difesa sociale.
Quanto è valido, verrebbe da chiedersi, questo principio in un momento storico in cui il lavoro flessibile e precario diviene cifra dell’esistente e simbolo del nostro tempo.
E, soprattutto, quanto conta il primo articolo della nostra Carta costituzionale in una società che, come nel mito greco del dio Crono, divora i propri figli desertificandone le speranze?
Di fronte a questo scenario restano sul piatto le attese e la solitudine di ognuno di noi nella difficoltà di dover superare l’incertezza e le contraddizioni generali prodotte a livello sociale.
 
 
Anche a questo, soprattutto a questo, ho pensato, qualche settimana fa, quando ho appreso la notizia del suicidio di uno degli operai della Fma di Pratola Serra.
Ho pensato alla crisi, alla sua articolazione globale ed a come, questa, attraversa la vita di ognuno di noi. Ho pensato all’allarme povertà lanciato, ad Avellino, dalla Caritas e dalla Cgil, al raddoppio, tra il 2009 ed il 2010, dei pasti serviti alla Mensa dei Poveri e, di contrasto, alla forza “allucinatoria” del racconto berlusconiano.
Ho pensato alla vertenza Irpinia, per dirla con le parole di Marco Revelli, come conflitto tra “flussi e luoghi” in una fase in cui appare fondato il rischio di riportare indietro di quarant’anni le lancette dell’orologio dell’industrializzazione se, all’interno del Piano strategico, non si riuscirà a mettere mano all’arresto dello smantellamento dell’apparato produttivo industriale di questa provincia a cominciare dall’automotive e dagli insediamenti della Fma e dell’Irisbus.
Ho pensato all’esito delle votazioni per il rinnovo delle Rsu all’interno dello stabilimento di Pratola Serra che, nonostante i referendum di Pomigliano e Mirafiori, consuma, in una sostanziale immobilità dei rapporti di forza fra le organizzazioni sindacali, l’attesa di conoscere il proprio destino all’interno dell’incognita del piano Marchionne.
 
Quanto pesa, quindi, quel punto interrogativo dietro le parole del primo articolo della Costituzione italiana in un momento in cui i referendum di Pomigliano e Mirafiori assumono valore “costituente” per mutare le condizioni del lavoro non solo negli stabilimenti interessati ma, per intero, le relazioni sindacali in Italia?
Quanto vale questo interrogativo per un governo che ha utilizzato la crisi come strumento di destrutturazione dell’intero sistema dei diritti?
Quel punto di domanda che si insinua all’interno della divaricazione tra costituzione formale e costituzione materiale, come il romanzo di Ray Bradbury, potrebbe suggerirci i “Fahrenheit 451”. Indicarci, cioè, la temperatura a cui la carta, spontaneamente, brucia.
La temperatura di autocombustione della nostra Carta finisce, quindi, inevitabilmente, per corrispondere con il rovesciamento del proprio stesso paradigma, ossia, con il far coincidere i diritti alle variabili dipendenti del mercato. E’ a questo punto, prima che la Carta bruci, che occorre rinsaldare il rapporto tra democratici e cultura costituzionale. Pena l’autocombustione.
 
Generoso Bruno


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