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Congresso Pd. Un’arena per ex?

Nel tempo della vaporizzazione parlamentare della sinistra, può, sempre negli anni della rivoluzione antropologica del berlusconismo e dell’egemonia a destra, l’adesione al Pd, essere intesa, almeno, come presidio di democrazia? Credo di si.
“Siamo l’unico partito del parlamento – dice Franceschini - a fare un congresso vero. Questo aiuterà la democrazia”. Probabilmente. Eppure, in questo congresso, qualcosa che non funziona ancora c’è. Colpa di un dualismo – Veltroni/D’Alema – ormai consunto, seppur riproposto attraverso l’attuale declinazione Franceschini /Bersani? Forse.



Se il secondo, all’interno di un mutato quadro di riferimento, ancora parla di ricominciare dall’Ulivo ed il primo, invece, dice di essersi candidato per non riconsegnare il partito a quelli che c’erano prima di lui. Quella del congresso si riduce ad una discussione rivolta, invece che al Paese, quasi esclusivamente ai soli soci fondatori; che non s’interroga, sufficientemente, sulla crisi della sinistra, tutta, quella riformista e quella radicale, preferendo, in definitiva, fare i conti con la cronaca anziché con la storia. Quella del congresso è una discussione cominciata male che ancora troppo poco parla ai democratici e molto, invece, agli ex Ds ed agli ex Margherita. Che ha cominciato a parlare troppo di giovani – vero è che la questione democratica è questione di genere e di generazione - mentre i giovani – Serracchiani a parte - parlano ancora troppo poco. Ma poi, quanti, quali e, soprattutto, dove sono quei giovani pronti a rinunciare al meccanismo della “patronage” educati sin qui, alla maniera dei salmoni, a risalire la corrente?

Altra cosa ancora, per questo Pd, è il tema delle alleanze. Sia il Partito Democratico, già nel 2008, che il Pdl, in queste europee, fallendo nelle rispettive vocazioni maggioritarie sono costretti a ragionare in una ritrovata dinamica di coalizione. Per Berlusconi c’è la Lega – insieme alla quale ha già superato il test di molte delle elezioni amministrative nel nord del Paese - per il Pd, invece, c’è il rebus di tenere dentro Casini, Di Pietro e ciò che resta alla sua sinistra. In Campania, quindi, dai massimalisti senza rivoluzione del Prc a Ciriaco De Mita. La nuova fondazione Sudd, promossa da Bassolino, che nel ragionamento include anche l’Mpa di Lombardo, riscopre la necessità di una risposta al tema ma, percorrendo, prevalentemente, la strada della somma del ceto politico, non solo non risponde in maniera compiuta al bisogno di un nuovo profilo meridionalista interno alla riflessione politica ma finisce con il disvelare, per le attuali classi dirigenti, un forte elemento di debolezza collocandole, ormai, in una dimensione di sopravvivenza resistenziale.

Nonostante tutto, però, mi trovo ad essere tra coloro che sperano che, a sinistra, sarà, ad ogni modo, un nuovo alfabeto democratico a scrivere la narrazione del futuro prossimo venturo e che, comunque, senza il Partito Democratico, non sarà possibile per l’Italia immaginare, nel breve periodo, l’uscita dal berlusconismo.

Mi piace credere che oggi, nonostante tutto, la differenza tra radicalità e riformismo – tutta del secolo appena passato - potrebbe anche assottigliarsi. Se è vero che Barak Obama, mutando la geografia della speranza, ha vinto parlando agli americani di diritto alla salute, di uscita dalla crisi, di green economy, di redistribuzione della ricchezza, di dialogo e di opportunità, è possibile, per la radicalità, divenire, finalmente, il lievito di una rinnovata cultura riformista capace nuovamente di spendersi per la trasformazione.

Per far questo occorre un Pd più coraggioso, più riformista e più libero in cui le antiche appartenenze abbiano l’utilità, per ciascuno di noi, di lenti personali buone a leggere i fenomeni di questa crisi e di questa transizione.

Generoso Bruno

Pubblicato il 28/6/2009 alle 12.30 nella rubrica diario.

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