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Congresso Pd: L’arrocco sulla giunta e l’Opa sul congresso.

Chiuso il primo tempo, quello legato al chi - dopo il dieci di agosto - con l’assegnazione delle deleghe, per la giunta Galasso, conosceremo anche il cosa. Lo dico, avrei preferito uno scenario differente. Non mi esprimo sulla qualità dei nomi, né sui possibili sviluppi legati al tema del governo della città di Avellino. M’interessa, però, poter coniugare il dato della composizione della giunta con lo sviluppo del prossimo congresso del Partito Democratico. In Irpinia – non solo qui, però - il Pd non ha ancora patito la necessaria fatica del rimescolamento delle storie e dei percorsi, individuali e collettivi, in funzione di una genesi capace di sostenere l’intrapresa di un vero ed originale atto fondativo. Lanciare una candidatura congressuale sembra, quindi, avere più similitudine con la modalità di un’Opa finanziaria che col tema, tutto politico, del confronto delle idee. Basta sostituire, nello schema, le tessere alle azioni. Ben vengano, dunque, anche nello scenario avellinese, i “furbetti del quartierino”: le assenze strategiche nella commissione per il tesseramento e la costruzione, denunciata da alcuni segretari di circolo, di un tesseramento parallelo. Personalmente, sono tra coloro che pensano, utilmente, che il congresso del Partito Democratico debba essere l’occasione per parlare ai territori, ai tanti sud, al Paese; affinché i democratici sappiano essere interpreti della nuova fase di confronto tra economia e società dopo gli anni della sbornia ultra-liberista. Ancora adesso le membra del Pd irpino, tra ex Margherita ed ex Ds, risultano, alla stessa maniera di quelle del Medardo, dimidiate e, come nel Visconte dimezzato di Calvino, il Gramo ed il Buono continuano, con rabbiosa ferocia, a battersi.



Non mi meraviglia, quindi, la composizione della nuova giunta Galasso che, come il re e la torre nell’arrocco degli scacchi, trova il suo assetto, difensivo, tutto interno alla mozione Franceschini. Alla scarsa consistenza dell’attuale forma partito, Galasso oppone il partito degli eletti - i suoi - trascinando nel congresso, non senza il consenso di Enzo De Luca, voti, tessere, bollini e premi fedeltà. La giunta e più ancora l’operazione costruita da Galasso in favore dell’area Franceschini è testimone dell’odierna difficoltà della politica nell’individuazione dei criteri minimi di selezione e di proposta in merito al tema delle classi dirigenti. Eppure, ad eleggere Galasso sono stati i voti di un centrosinistra di popolo che, al secondo turno, meglio delle liste e dei partiti, ha saputo far argine contro l’ingresso della destra al comune capoluogo. Lo schema chiuso relativo alla costruzione dell’esecutivo non tiene conto, quindi, di questo elemento di straordinarietà politica. A restare scoperta, non è, dunque, quella parte che nel congresso del Pd sceglie Bersani ma, in maniera più diffusa, la sinistra e quella visione di città che, comunque, Galasso, in questi anni, non ha voluto o saputo rappresentare. Mi piacerebbe che i consiglieri eletti, almeno quelli che hanno Bersani come riferimento, assumessero su sé stessi l’onere di rappresentare la complessità presente fuori dal palazzo, non tanto e non solo, quindi, le sensibilità che caratterizzano l’area congressuale ma, per intero, quella sinistra e quel sentimento di centrosinistra che ha impedito, ad Avellino, il governo della destra. Riguardo al rapporto con l’esecutivo occorre saper spendere le giuste energie per far vivere nel dibattito cittadino, più che la trincea congressuale, un confronto, vero, capace, dai temi reali, di parlare all’intera comunità. Il consiglio comunale, quindi, come luogo utile ad ospitare quella tensione tra gestione e trasformazione. Tra governo e cambiamento. Provando, e parlo dell’area Bersani, al contempo, con il congresso, a dare corpo e gambe, in Irpinia, alla nuova stagione democratica. Se “guerra” deve essere che sia, almeno, di movimento e non di posizione.

Generoso Bruno

Pubblicato il 3/8/2009 alle 11.37 nella rubrica Avellino.

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