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Un destino in bilico tra luoghi e flussi.

Sin dall’annuncio della cessione dello stabilimento Irisbus in Valle Ufita, l’unica via di salvezza è apparsa, oltre alla mobilitazione delle istituzioni locali e regionali, quella di inquadrare la vertenza su un piano nazionale capace di intervenire nei rapporti tra Fiat e Paese, tra governo e scelte di pianificazione nazionale del trasporto pubblico urbano, tra regioni, titolari, con le loro aziende, del trasporto pubblico e sblocco dei fondi utili al rinnovo dei parchi autobus a cominciare dalla finalizzazione di una parte dei fondi FAS.

E’ evidente che, all’interno della vertenza Irisbus, rimane centrale il ruolo del governo. Ci sono due limiti. Il primo, strettamente di segno politico. In nessuna delle vertenze approdate, sin qui, ad un tavolo nazionale, il governo Berlusconi, all’interno di un possibile quadro delle compatibilità, ha scelto di svolgere un ruolo di mediazione tra gli interessi del lavoro e dei territori e quelli delle imprese; accettando, quasi ideologicamente, direi, che fosse, con buona pace dei lavoratori e delle comunità, esclusivamente, il mercato a definire le possibilità e le compatibilità.

Il secondo, invece, riguarda, strettamente, la fase politica. L’attuale clima di smobilitazione, dovuta alla chiusura di questo disgraziatissimo ciclo politico, potrebbe intaccare, più di ogni altro elemento, la credibilità e l’autorevolezza di un intervento, qualora vi fosse.

In questo quadro, potrebbe, se verificata, essere utile la volontà, espressa da ambienti vicini al Presidente della Camera dei Deputati, dell’iscrizione, tra gli argomenti all’ordine del giorno, nell’aula di Montecitorio, della vertenza Irisbus. Come Partito Democratico, Pier Luigi Bersani in testa, siamo pronti.
 
E’ nell’interesse del Paese che la produzione di autobus urbani non lasci la Valle Ufita e, quindi, l’Italia ed è sempre nell’interesse nazionale che Fiat non abbandoni, progressivamente, il Mezzogiorno. Un forte mandato parlamentare, su questo punto, potrebbe ancorare e rafforzare la “mission” dell’esecutivo di governo ad operare in uno schema, auspicato, di risoluzione.
 
C’è bisogno di un governo capace, all’interno di questa crisi, di assumere, contrariamente a quanto fatto sin’ora, in decine di altre vertenze industriali, un ruolo che sia effettivamente di “responsabilità nazionale”. Abbiamo bisogno di un governo che dica cose diverse da quelle già dette, sempre con Fiat, sulla vicenda di Termini Imerese.
 
Nell’economia globalizzata, le crisi industriali, con sempre maggior stridore, contrappongono i luoghi, quindi i territori e le comunità, ai flussi dell’economia e degli investimenti. Non è secondario, quindi, che in questo schema, sulla questione Irisbus, nella difesa delle opportunità produttive e di crescita di un territorio, il Patto per lo sviluppo riesca a tenere legate assieme sia le organizzazioni sindacali che Confindustria e le organizzazioni datoriali.
 
Più claudicante, a cominciare da quello dei sette deputati irpini del Pdl, appare il contributo della politica. Soggiacente, come ideologia, al mercato e quindi non più abituata ad operare tra gli interessi del lavoro, dei territori e dell’impresa e, per legge elettorale, non più legata al territorio ma alla fedeltà a chi sceglie sulle liste elettorali. La politica esce, letteralmente, macinata dalla partita globale tra flussi e luoghi. Ideologicamente subordinata a chi governa i flussi e non più neppure veramente espressione dei luoghi.
 
La soluzione per l’Irisbus impone, alla politica, un ruolo, necessariamente, altro. Per una volta, quindi, i “sette”, abbiano la forza di preferire, alle “ragioni del capo”, quelle dei luoghi, delle comunità e del territorio.
 
Generoso Bruno
 

Foto di Enrico De Napoli

Pubblicato il 25/7/2011 alle 2.29 nella rubrica diario.

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